Giorni dalla firma tra Italcementi ed i Comuni

NON HANNO FIRMATO I SINDACI DI : Paderno d'Adda e Solza . HANNO FIRMATO : Calusco d'Adda, Cornate d'Adda, Imbersago, Medolago, Parco Adda Nord, Robbiate, Verderio Inferiore, Verderio Superiore, Villa d'Adda, Dopo più di 1.000 giorni dalla firma ,il 4 Maggio 2012 non si hanno notizie sulla ferrovia . Solo ombre su questo accordo fantasma , polvere , puzza, inquinamento . http://calusco.blogspot.it/2012/05/comunicato-stampa-tavolo-italcementi.html

Countdown alla ferrovia

il tempo e' finito del collegamento ferroviario nessuna notizia ,Piu' di 1.000 giorni TRE ANNI e nulla di fatto, meditate .

Friday, January 20, 2012

Smog, polveri sottili alle stelle Valori triplicati rispetto al limite - Cronaca - L'Eco di Bergamo - Notizie di Bergamo e provincia

Smog, polveri sottili alle stelle Valori triplicati rispetto al limite - Cronaca - L'Eco di Bergamo - Notizie di Bergamo e provincia

Smog alle stelle in città e provincia. Le polveri sottili sono in fortissimo amento e i valori registrati nella giornata di giovedì 19 gennaio in alcuni casi sono triplicati rispetto al limite dei 50 microgrammi per metro cubo d'aria.

Nel dettaglio, si nota che a Bergamo, in via Meucci, la centralina ha registrato 154 microgrammi, in via Garibaldi 167. Note dolenti anche in provincia. Filago centro 177, Lallio 165, Osio Sotto 142, Treviglio 115, Calusco 109.

Preoccupano anche i valori del biossido di azoto (NO2) dovuto in particolare nei centri urbani ai gas di scarico delle auto. A Bergamo via Goisis 240 microgrammi contro i 200 del valore limite; a Lallio 203 e a Seriate 207.

Merate Online - Neve chimica nel Meratese

Merate Online - Neve chimica nel Meratese

L’altro giorno, lunedì 9, ho avuto modo di osservare tra Paderno e Calusco un fenomeno atmosferico molto strano: una sorta di precipitazione nevosa a ciel sereno. Dal Corriere della Sera ho scoperto trattarsi di neve "chimica": cristalli simili a dei comuni fiocchi di neve, ma a quanto sembra generati in realtà dalla combinazione tra i venti gelidi provenienti dall’Europa orientale e il forte inquinamento atmosferico presente nella nostra zona . «Il fenomeno è abbastanza raro ma possibile», ha dichiarato al Corriere della Sera Vincenzo Levizzani dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr, «e viene provocato da alcune sostanze prodotte dall'inquinamento industriale, come il solfuro di rame, l'ossido di rame, gli ioduri di mercurio, di piombo o di cadmio e i silicati. Bassa temperatura e abbondante umidità sono i requisiti di base perché ciò accada". Il fatto che ho registrato il fenomeno tra Paderno e Calusco, quindi nel raggio d’azione dell’inceneritore di Calusco, conferma la teoria del professor Levizzani. E' un altro inequivocabile segnale di una situazione ambientale grave della nostra zona.
Matteo F.

Wednesday, January 18, 2012

Italcementi: attesa decisione Consiglio Stato su revamping

Italcementi: attesa decisione Consiglio Stato su revamping Monselice

Intervento da 160 mln bloccato dal Tar del Veneto Roma, 17 gen - Arrivera' entro 45 giorni la decisione del Consiglio di Stato sul ricorso con cui Italcementi ha impugnato lo stop al progetto da 160 milioni di euro per l'ammodernamento (il cosiddetto "revamping") del cementificio di Monselice, il piu' grande del Nord-Est. Il ricorso e' stato discusso oggi nel merito, davanti ai giudici della Quinta sezione di Palazzo Spada, che al termine dell'udienza si sono riservati di decidere con sentenza. A bloccare il progetto di ammodernamento dell'impianto era stato il Tar del Veneto, che lo scorso 9 maggio ha accolto il ricorso di diversi comitati di residenti nei Comuni della zona, giudicando il revamping non compatibile con il piano ambientale del Parco dei Colli Euganei. Per i giudici di primo grado l'intervento viola l'articolo 19 del piano ambientale del Parco, in quanto non consiste in una semplice ristrutturazione dell'impianto esistente. "L'autorizzazione impugnata - si legge nella sentenza del Tar - si riferisce ad un nuovo impianto che apre un nuovo ciclo produttivo destinato a durare 28 anni e che sostituisce un impianto in fase di dismissione". Da qui l'annullamento del giudizio di compatibilita' ambientale rilasciato il 13 dicembre 2010 dal Parco e la delibera della giunta provinciale di Padova del 29 dicembre 2010 che sanciva la compatibilita' ambientale del progetto. Dlu 17-01-12 16:56:17 (0259) 5Bookmark and Share

Fondazione Italcementi, Marcegaglia e Camusso a confronto

http://www.bergamonews.it/economia/match-marcegaglia-camusso-la-fondazione-italcementi-155864

Sabato 21 gennaio alla Fiera di Bergamo la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e Susanna Camusso, segretario di Cgil interverranno al convegno della Fondazione Italcementi.

Fondazione Italcementi,
Marcegaglia e Camusso
a confronto

“Industria: un’impresa. L’economia reale dal presente al futuro prossimo” è il titolo del convegno annuale proposto dalla Fondazione Italcementi “Cav. Lav. Carlo Pesenti” in calendario sabato 21 gennaio dalle 9.30 alle 13. Ma da tenere sott’occhio sarà l’incontro-scontro tra due donne che di impresa se ne intendono: Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e Susanna Camusso segretario nazionale della Cgil.
Non un vero ring, ma sicuramente una visione attuale e futura dell’impresa italiana che vedrà intervenire ancheGiorgio Barba Navaretti, ordinario di Economia e Direttore della Graduate School di Scienze sociali, economiche e politiche dell’Università degli Studi di Milano; Carlo Dell’Aringa, docente dell’Università Cattolica di Milano e direttore del Centro di Ricerche Economiche sui problemi del Lavoro e dell’Industria; Oscar Farinetti, imprenditore e fondatore di Eataly; Edoardo Nesi, autore di “Storia della mia gente” vincitore del Premio Strega 2011. A moderare la tavola rotonda sarà Gianni Riotta, editorialista e scrittore. Non mancheranno poi i contributi di Giovanni Giavazzi, presidente della Fondazione Italcementi “Cav. Lav. Carlo Pesenti”;Raghuram G. Rajan, professore alla Booth School of Business della University of Chicago e Consigliere economico del Primo Ministro Indiano; monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo.
A fare gli onori di casa sarà Giampiero Pesenti, presidente Italcementi e vice presidente Fondazione Italcementi. In chiusura del convegno, alle 12.30 ci sarà spazio anche per un monologo di Giacomo Poretti, attore del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

Di che cosa si parlerà sabato a Bergamo lo spiegano alla Fondazione Italcementi: “L'industria capace di segnare tassi di crescita significativi e di creare nuove opportunità di benessere è destinata a essere prerogativa solo dei mercati emergenti? Il nostro Paese è in grado di riposizionarsi sulla strada di una crescita vera, con l'economia reale al centro di un modello di sviluppo sostenibile? Per decenni nella nostra cultura la "fabbrica" è stata motivo d'orgoglio e l'industria italiana si è fatta conoscere e apprezzare nel mondo per qualità e capacità innovativa, creando ricchezza e posti di lavoro. Poi l'Occidente ha ceduto al fascino della deindustrializzazione, e del creare "soldi dai soldi". A lungo, gli effetti sociali legati a questa trasformazione e alla globalizzazione sono stati considerati un marginale "prezzo da pagare" rispetto ai benefici della transizione verso una società "immateriale", con il superamento del concetto di lavoro, inteso nella sua concretezza di "agire per trasformare", come necessario motore della crescita.
Anche il rapporto con le nuove economie emergenti è stato inizialmente presentato come "sviluppo" verso un modello in cui il lavoro industriale scomparso sarebbe stato sostituito da posti di lavoro ad alto valore aggiunto nel settore dei servizi. Ma l'emergere di realtà come i BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - ha profondamente cambiato questo scenario. E mentre i paesi occidentali perdono terreno e sembrano incapaci di uscire dalla crisi, chi negli ultimi decenni ha investito nelle proprie fabbriche e ha saputo attirare investimenti industriali dai mercati più maturi, oggi sembra in grado di garantirsi un nuovo scenario di sviluppo. È partendo da questo quadro di riferimento che l'annuale convegno della Fondazione Italcementi Cav. Lav. Carlo Pesenti si propone di discutere sul fare impresa per creare valore, lavoro e cultura, dove qualità e innovazione sappiano riaffermare la competitività del Paese, in un mondo di nuovo orientato verso la normalità dell'economia reale”.

Tuesday, January 17, 2012

E le polveri sottili sono in rialzo Adesso si spera nella pioggia

http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/261864_copia_di_polveri_sottili_sempre_pi_su_adesso_si_spera_nella_pioggia/


Freddissimo e lo smog che torna a fare capolino. I dati delle polveri sottili nella Bergamasca sono in crescita e su livelli preoccupanti. Il bollettino dell'aria dell'Arpa di lunedì 16 gennaio è inequivocabile: ormai è scontato che tutte le centraline di rilevamento superino il limite di 50  


SEGUE

Crisi Italcementi: proposti contratti di solidarietà

http://www.bergamosera.com/cms/?p=84217

BERGAMO — Dopo la formalizzazione dei tagli al personale in Italcementi e Ctg (Centro tecnico di gruppo) e l’annuncio di altri tagli in Calcestruzzi spa, ieri mattina si è svolta l’assemblea dei lavoratori della sede Italcementi di via Camozzi.
I sindacati hanno illustrato le possibili conseguenze della decisione comunicata dall’azienda. A Bergamo e in provincia il piano si dovrebbe tradurre in 80 esuberi annunciati per la sede di Italcementi spa della città, in 60 per il Ctg, il centro tecnico di gruppo sempre nel capoluogo, in 10 per lo stabilimento di Calusco. Un taglio di un’altra decina di lavoratori colpirà il settore commerciale che fa capo a Bergamo, ma che vede i lavoratori impiegati sul tutto il territorio nazionale.
“Oggi all’ordine del giorno c’era la richiesta di ricorso alla cassa integrazione straordinaria, preannunciata a Roma l’11 gennaio, per 140 persone della sede di via Camozzi” spiega Ivan Comotti della Fillea-Cgil di Bergamo. “In assemblea abbiamo registrato molti interventi e una forte preoccupazione fra i lavoratori. Ci è stato dato mandato di gestire il confronto con l’azienda. Quello che è emerso è l’esigenza di un tavolo negoziale locale tra azienda, delegati e organizzazioni sindacali che affronti l’organizzazione del lavoro negli uffici, a partire dal ricorso al lavoro straordinario, ai carichi di attività per ogni singolo ufficio, alle troppe consulenze esterne di cui si avvale l’azienda, alla necessità della valorizzazione delle competenze interne”.
“I numeri degli esuberi espressi dall’azienda – continua il sindacalista – sono stati giudicati dall’assemblea eccessivi, difficili da comprendere le logiche da cui sono scaturiti. Il fatto politicamente e sindacalmente rilevante è che l’assemblea ha condiviso il principio che la riduzione del salario reale prospettata dall’azienda debba essere distribuita su più lavoratori per attenuare l’impatto sociale sui redditi delle famiglie. L’assemblea ha condiviso la proposta fatta delle strutture territoriali di Feneal, Filca e Fillea e dai delegati di ricorrere ai contratti di solidarietà quale strumento più opportuno in questi casi e alla riduzione dell’orario di lavoro (part time). Prima di iniziare la trattativa a livello nazionale e locale si attiverà un’analisi in sede sindacale dell’organizzazione del lavoro dei singoli uffici”.
In Calcestruzzi spa l’assemblea coi lavoratori si terrà mercoledì 18 gennaio, dalle 16.00 alle 17.30, in via San Bernardino a Bergamo. Nello stabilimento Italcementi di Calusco D’Adda, invece, l’assemblea si svolgerà entro la fine della settimana. Per il gruppo Italcementi oggi lavorano, in totale, 22.000 persone (di cui oltre 5.000 in Italia).

Italcementi, assemblea lavoratori Le intese da definire al ministero

http://www.ecodibergamo.it/stories/Homepage/261701_italcementi/

Si è svolta lunedì l'assemblea delle organizzazioni sindacali con i dipendenti di Italcementi s.p.a.; Centro Tecnico di gruppo e Rete commerciale, ovvero le tre "realtà impiegatizie” coinvolte nel piano azioni 2012 presentato nell'incontro a Roma dai vertici dell'azienda lo scorso 11 gennaio a Roma...................

Monday, January 16, 2012

Inceneritore: ecco le verità nascoste


Inceneritore: ecco le verità nascoste

Scritto da Coordinamento No Inceneritore Rifiutizero Torino
Pubblicato Mercoledì 11 Gennaio 2012, ore 7,00

Replica all'intervento di Trm. La contrapposizione con la raccolta differenziata è un dato di fatto. E recenti studi hanno messo in luce i pericoli peer la salute pubblica

Rispondiamo, con il presente intervento, alla lettera «Facciamo chiarezza sul termovalorizzatore», pubblicata sul Ballatoio il 22 dicembre 2011 e firmato da Elisa Nardi, dell’Ufficio Comunicazione TRM S.p.A. La nostra risposta intende affrontare “punto per punto” le questioni sollevate nel suddetto articolo, mostrando e argomentando l’inesattezza di molte affermazioni.
1. Rapporto termovalorizzatori/raccolta differenziata. TRM sostiene che la "termovalorizzazione" dei rifiuti - in realtà combustione di materiali eterogenei, con scarso rendimento energetico - “non è in alcun modo contrapposta” alla raccolta differenziata. A dimostrazione di questo, viene suggerita una relazione tra concentrazione di inceneritori ed elevata percentuale di RD (raccolta differenziata) nel Nord Italia: in parole povere, si sostiene che anche laddove gli inceneritori sono presenti in numero maggiore - le regioni settentrionali della Penisola, appunto - la RD anziché diminuire risulta in costante aumento. Tale relazione in realtà non esiste: se la percentuale di RD al Nord è più alta il motivo è che vi sono molti Comuni virtuosi presenti in province prive di inceneritori - come ad esempio Novara e Belluno - che con le loro RD al 70, 80 e talvolta quasi 90% (Ponte delle Alpi in provincia di Belluno è il primatista con una 86,4% di RD) contribuiscono ad aumentare la media. Inoltre c’è da considerare che nel sud Italia i costi di smaltimento in discarica sono notevolmente inferiori a quelli praticati nel nord e sono anche inferiori ai costi di gestione della raccolta differenziata. Questo è causato molte volte dalla non ottemperanza alle leggi vigenti attraverso infiltrazioni della criminalità organizzata (vd. il clan dei Casalesi).

Al contrario, la contrapposizione tra RD e inceneritori è un dato di fatto. Prendiamo come esempio Milano e Brescia, province lombarde dove sono attivi grandi inceneritori. Tali province si collocano agli ultimi posti in Lombardia quanto a percentuale di raccolta differenziata: 47% per quella di Milano (con il capoluogo fermo al 33,8%) e 44,3% per quella di Brescia (con la città ferma al 39.1%). Questi dati sono tratti dal dossier Comuni Ricicloni di Legambiente Lombardia, presentato lo scorso 14 dicembre. Ulteriore spunto di riflessione è l'ambiguità della frase di TRM "il termovalorizzatore di Torino Gerbido è stato dimensionato prevedendo che nel territorio della Provincia di Torino si raggiunga almeno una media del 50% di raccolta differenziata”. È dal 2006, infatti, che l'Italia - recependo le direttive comunitarie - ha stabilito per legge (art. 205 del Dlgs 152/2006) che entro il 31.12.2012 la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% in tutti gli ambiti territoriali. Aver progettato e avviato la costruzione dell'inceneritore del Gerbido prevedendo che quando l'impianto entrerà in funzione nel 2014 la RD in provincia di Torino toccherà il 50% rivela due aspetti preoccupanti: da un lato la consapevolezza - o forse la volontà - che Torino e provincia non raggiungano l'obiettivo del 65% entro il 2012, dall'altro - se anche tale obiettivo sarà centrato - il sospetto che per alimentare l'inceneritore e salvaguardarne la "produttività" si "importino" rifiuti da fuori provincia. Del resto, se l'inceneritore non brucerà 421.000 tonnellate di rifiuti all'anno per 20 anni non genererà profitti: un rischio che le amministrazioni comunali interessate, nonché i soggetti privati e le banche che hanno investito non possono permettersi.

2. Emissioni di nanopolveri. Ammesso che l'impianto rispetti i livelli di emissione stabiliti per legge, sappiamo che essi non sono purtroppo commisurati alla reale nocività per gli esseri viventi: ciò è tragicamente vero in particolare per quanto riguarda le diossine e i furani, delle quali gli inceneritori sono una tra le fonti primarie (generandone in Italia il 13%). Le diossine sono state classificate dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeni certi per l’uomo (Cat.1): questo significa che anche assunzioni di infinitesime quantità possono portare all’insorgere di tumori, disturbi ai sistemi immunitario, ormonale, riproduttivo. Ricordiamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito in 2pg/Kg, picogrammi (un milionesimo di milionesimo di grammo, o 0,000000000001 g) per chilogrammo di peso corporeo, il limite oltre il quale la diossina inizia ad essere dannosa per l’organismo umano: tale limite, stabilito dall’Unione Europea, è tra l’altro mille volte superiore a quello fissato dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense. Per avere un metro di paragone, facciamo rilevare che l’impianto del Gerbido sarà autorizzato ad emettere giornalmente una quantità di diossina pari a 972 milioni di picogrammi. Queste sostanze, che ricadono sui campi coltivati anche a molti chilometri di distanza dagli impianti d'incenerimento, vengono assunte dall'uomo prevalentemente attraverso il cibo e si accumulano nei tessuti adiposi. Tra le categorie più a rischio ci sono sicuramente i neonati e i bambini, dal momento che il loro alimento principale, il latte materno, è uno dei maggiori "contenitori" di diossina.

A titolo di esempio ricordiamo che, nel 2008, la Centrale del Latte di Brescia (città dove è presente l’inceneritore più grande d’Italia) ha riscontrato la presenza di diossine - con una tossicità equivalente ben oltre i limiti di soglia (tra i 6,5 e gli 8 picogrammi per grammo di grasso) - nel latte proveniente da sette aziende agricole ubicate nei pressi dell’impianto d’incenerimento. Altre analisi effettuate su alcune mamme di Brescia hanno evidenziato una tasso di diossina pari a 147 pg/g di grasso nel latte materno. Nel 2007, sempre a Brescia, l’Istituto Superiore di Sanità ha misurato le diossine del tipo PCDD-F presenti nell’aria. L’indagine è stata condotta nel mese di agosto, quando il traffico risulta ridotto e quando le principali industrie sono chiuse. Periodo in cui, tuttavia, l’inceneritore funziona regolarmente. Il confronto con altre misurazioni, condotte negli ultimi anni in diverse località nella stagione estiva, mostra chiaramente come le concentrazioni di diossine nell’aria di Brescia siano le maggiori, con quantitativi almeno tripli rispetto alla media. Numerosi altri studi epidemiologici dimostrano, inoltre, gli effetti reali degli impianti d'incenerimento sulle popolazioni che risiedono nei dintorni: basta citare lo studio effettuato - sempre nel 2007 - in provincia di Venezia dal Registro Tumori dell’Istituto Oncologico Veneto.

È la più convincente dimostrazione esistente in letteratura di un aumento di rischio di cancro associato alla residenza vicino a inceneritori: esso evidenzia come il rischio aumenti di 3,3 volte fra i soggetti esposti al più alto livello e per periodi di tempo più lunghi. Si possono poi citare le ricerche Renzi et al. 2006, fatta a Forlì, che ha riscontrato un incremento della mortalità femminile per tumori alla mammella e al colon (tra il +17% e il +54%), oppure Biggeri et al. (Trieste 1996) e Chellini et al. (Prato 2002), nei quali vengono evidenziati aumenti di rischio per il cancro polmonare. Anche all’estero non mancano esempi di indagine accurata. Nel 2008 uno studio francese condotto dall’Institut de Veille Sanitaire ha rilevato un aumento - in tutte le aree dove sono presenti impianti d’incenerimento - non solo di tumori nella popolazione femminile, ma anche di linfomi maligni, di tumori del fegato e di sarcomi dei tessuti molli per entrambi i sessi. Da ricordare inoltre il 4° Rapporto della Società Britannica di Medicina Ecologica, anch’esso del 2008, che nelle molte e documentate considerazioni ricorda come nei pressi degli inceneritori si riscontrino tassi più elevati di difetti alla nascita e di tumori negli adulti e nei bambini. Tornando in Italia, ultimo in ordine di tempo, ma non meno importante e significativo, è lo studio Moniter della Regione Emilia Romagna per indagare gli effetti sull’ambiente e sulla salute nelle popolazioni residenti in prossimità degli 8 inceneritori presenti sul territorio regionale: i risultati hanno evidenziato un incremento dei tumori al pancreas, al fegato, al polmone (nella popolazione di sesso maschile), al colon, alle ovaie e all’endometrio (nel sesso femminile) e infine dei linfomi di Hodgkin in entrambi i sessi. In aggiunta sono stati evidenziati: aumento dei rischi per i neonati di peso inferiore alla nascita, incremento di "nascite pre-termine”, andamento crescente di aborti spontanei in relazione ai livelli di esposizione e andamento crescente delle malformazioni (sempre in base ai livelli espositivi). Per quanto riguarda le polveri ultrafini emesse (di diametro inferiore alle PM 2,5) non esistono ad oggi filtri in grado di bloccarle né apparecchiature in grado di valutarle.

Inoltre il paragone con caldaie e automezzi non regge, poiché in un inceneritore non si brucia un combustibile noto e omogeneo come benzina o metano, ma un assortimento molto vario e spesso imprevedibile di materiali. Portiamo inoltre l’attenzione sui seguenti confronti: 1) Per teleriscaldare 17 mila abitazioni (fonte TRM) l’impianto è autorizzato a emettere una quantità di polveri paragonabile a quella emessa da 120 mila caldaie domestiche a gasolio o 456 mila a metano. 2) Per quanto riguarda il traffico urbano possiamo dire che, calcolando una percorrenza media di 15 km al giorno nel contesto cittadino, l’inceneritore è autorizzato ad emettere una quantità di polveri paragonabile a quella sprigionata da 213 mila auto diesel di categoria Euro 4. Tutto questo in un contesto già provato come quello torinese, dove dal 2001 si supera ampiamente la soglia limite annuale di polveri sottili (40 microgrammi per metrocubo). Ricorrere ad un impianto di incenerimento, che contribuirà a far salire ulteriormente la concentrazione degli inquinanti in atmosfera, è in conflitto con il dovere di tutela della salute dei cittadini a cui ogni pubblica amministrazione dovrebbe ottemperare. Non si può non affrontare, poi, il problema delle ceneri prodotte dalla combustione (la cui quantità in peso è pari a circa il 30% dei rifiuti immessi in un inceneritore). La frazione “volatile” di esse è pericolosa e dovrebbe pertanto essere stoccata in discariche speciali, nel caso del Gerbido non ancora individuate. L’utilizzo della parte rimanente per i sottofondi stradali o come riempitivo nei mattoni per fabbricati appare problematico, perché tali ceneri devono prima essere rese “inerti”, ossia non più in grado di nuocere dato il loro elevato tasso di pericolosità.

3. Incentivi. Per quanto riguarda gli incentivi, anche se dal 1999 i contributi CIP6 sono stati sostituiti dai Certificati Verdi, essi in realtà non spetterebbero agli inceneritori: il problema è che l'Italia non si attiene alle direttive europee in materia. In tutta Europa la vendita di elettricità prodotta bruciando rifiuti avviene a prezzi molto simili a quella dell’elettricità prodotta da fonti convenzionali (olio combustibile, carbone, metano), pari a circa 4 centesimi per chilowattora. In Italia la vendita di elettricità prodotta con un inceneritore frutta al gestore dell’impianto da 9 a 14 centesimi a chilowattora. Questo significa che il gestore, per ogni tonnellata di rifiuto incenerito, grazie all’elettricità prodotta (0,5 chilowattora per chilogrammo di rifiuto incenerito), riceve un incentivo che varia da 25 a 50 euro (per l’impianto del Gerbido infatti sono previsti 18 milioni di euro annui dai Certificati Verdi). Questo flusso di denaro esce dai portafogli di tutte le famiglie italiane, con un prelievo “occulto” del 7% sulla bolletta della luce. L'inceneritore ha pertanto un evidente fine lucrativo, che però risulterebbe in realtà inesistente se non si reggesse su tale sistema di incentivi non dovuti. Verificando, infatti, lo schema di Conto Economico predisposto da TRM per l’anno 2013 ci accorgiamo che senza i Certificati Verdi l’impianto avrebbe un passivo annuo di almeno 7 milioni di euro.

Il fine lucrativo è tuttavia solo per pochi: l'inceneritore distrugge infatti preziosi materiali riutilizzabili, soprattutto in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, dove occorre evitare il più possibile gli sprechi. Una valida alternativa - che costerebbe un quinto rispetto all’inceneritore del Gerbido, per il quale si spendono invece 503 milioni di euro - è il Trattamento a Freddo Meccanico Biologico (TMB), con cui viene prodotta anche energia, senza però danneggiare l’ambiente e la salute con l’emissione di fumi altamente inquinanti. Tale procedimento consente di ricuperare il 70% circa di rifiuti in ingresso indifferenziati e/o avanzati dalla raccolta differenziata sfruttando l’abbinamento di metodi meccanici e di processi biologici, come la digestione anaerobica e il compostaggio. All’interno di questi impianti l’impiego di tecnologie all’avanguardia (come l’utilizzo di sistemi magnetici per separare i materiali contenenti metalli) non esclude anche il ricorso a metodi più tradizionali, ma non per questo meno efficaci, come la differenziazione “a mano” dei rifiuti. Il TMB è pertanto vantaggioso non solo perché consente il riutilizzo della porzione indifferenziata (a costi minori e con un impatto nullo sull’ambiente e sulla salute dei cittadini), ma anche perché avrebbe ricadute importanti dal punto di vista occupazionale, vista la manodopera richiesta su più turni a garanzia della non interruzione del processo di differenziazione.

Un altro innegabile vantaggio, questo, rispetto ad un inceneritore, dove il personale è quasi esclusivamente composto da tecnici altamente specializzati (non necessariamente provenienti dall’area geografica dove sorge l’impianto). È chiaro che, nonostante tutti gli accorgimenti adottati, una piccola quantità di rifiuti trattati a freddo finisce comunque in discarica: tuttavia tale frazione (composta da inerti e pellicole di plastica) diminuirà progressivamente (dato che è composta da materiali teoricamente recuperabili, ma ancora di difficile riuso). Inoltre - come spiegato in precedenza - anche gli inceneritori hanno bisogno di discariche dove stoccare i residui della combustione (per di più tossici, mentre la potenzialità inquinante degli scarti del TMB è ridotta del 90%). Le emissioni di C02 (Anidride Carbonica) evitate grazie al TMB non hanno infine confronti rispetto non solo agli inceneritori, ma anche alle altre modalità di trattamento dei rifiuti. In Europa e in Italia il TMB è già una realtà. E a riprova che questo tipo di trattamento - a differenza di quanto sostiene TRM - si adatta bene anche ad un’estesa area urbana, citiamo i seguenti esempi di impianti TMB: Madrid - con un carico rifiuti trattati di 480.000 t/a (tonnellate all'anno) contro le 421.000 t/a di rifiuti bruciati dall'inceneritore del Gerbido -, Barcellona Ecoparc I - 300.000 t/a - e Barcellona Ecoparc II (265.000 t/a). A questo punto sorge spontanea una domanda, con cui concludiamo: perché non è possibile costruire impianti di trattamento a freddo anche a Torino?http://www.lospiffero.com/ballatoio/inceneritore-ecco-le-verita-nascoste-293.html

Wednesday, January 11, 2012


DA MERATEONLINE 


Inquinamento o altro?


Nella serata di lunedì 9 gennaio nella zona di Novarino, Sernovella a Robbiate si notava nel cielo una grande quantità di fumo che a prima vista sembrava un incendio in uno dei tanti capannoni della zona industriale, ma vedendolo da una diversa angolazione sembrava che tutto quel fumo venisse da più lontano. Qualcuno sa dirmi di cosa si trattava? Veniva dalla sponda opposta dell'Adda?
Lanfranco
http://www.iltamtam.it/Generali/Ambiente-e-Territorio/Rifiuti-nei-cementifici-Il-dibattito-resta-a-livello-di-insulti.aspx

Rifiuti nei cementifici? Il dibattito resta a livello di insulti

In Umbria nessuno da nessuna parte affronta con serietà il problema, che in altre parti di Italia sta dando luogo ad un dibattito approfondito e tecnico

E’ ripreso, in Umbria, il dibattito sull’utilizzazione dei cementifici per incenerire i rifiuti dopo che  sostanzialmente il  presidente di Confindustria Umbria, Bernardini,  ha sostenuto che la delicata questione dei rifiuti è gestita dall’amministrazione regionale secondo diktat ideologici, piuttosto che con il buon senso della politica messa al servizio del bene comune.

In effetti il problema s’è posto anche in altre regioni d’Italia dove però il dibattito sembra aver superato la fase degli insulti.
In quel di Cuneo, per la distruzione dei rifiuti non riciclabili finali (dopo attenta lavorazione e valorizzazione), al “forno” del cementificio Buzzi, impresa che peraltro sta sperimentando anche il mulino Thor, targato CNR, di cui abbiamo più volte scritto. 
La legge prevede che per un cementificio i limiti sulle emissioni siano sensibilmente superiori a quelli imposti ad un inceneritore di rifiuti.
Ma secondo l'Arpa piemontese, bruciando CDR (combustibile da rifiuti), le emissioni raggiungono livelli più contenuti.
Peraltro lì si afferma che quando un cementificio utilizza combustibili alternativi (ossia combustibili derivati da rifiuti) deve rispettare comunque i limiti a cui sono soggetti gli inceneritori, che sono molto inferiori ai limiti normali dei cementifici.
Insomma: una soluzione “meno peggio” di quella che attualmente sopportano i territori e le popolazioni che vivono intorno ai cementifici.

Secondo poi un locale esponente di Legambiente, Michele Bertolino che ha rilasciato una lunga dichiarazione al sito web “altritasti” ,“Vi sono studi, anche del Politecnico di Torino e di Milano che dimostrano che con il CDR-Q in fiamma principale e non con il CDR in pre-calcinatore le cose migliorano rispetto alla normale conduzione dell'impianto.
Ho sempre sostenuto che le diossine si formano perché vengono utilizzati, come additivanti del cemento, materiali (regolarmente autorizzati dalla Provincia di Cuneo) tipo scorie di allumina e scorie di ferrite. Quest'oggi lo ha documentato anche l'ARPA Piemonte” ed inoltre “Semmai, il problema è che la Provincia di Cuneo ha autorizzato il cementificio ad usare CDR e non CDR-Q e sia in precalcinatore che in fiamma principale”.
Ed, infine,” Siamo quindi favorevoli, per quel che riguarda i rifiuti residui a valle della raccolta differenziataprovenienti da tutta la provincia di Cuneo, che auspichiamo corrisponda all’ATO 3, alla produzione di CDR di qualità (RDF di qualità elevata come definito dalle norme UNI 9903 e CDR-Q secondo il D.Lgs. 152/06) e al suo utilizzo come combustibile presso il cementificio Buzzi.
Tuttavia deve essere garantito che l’operazione abbia come scopo quello di sostituire una parte del combustibile fossile (carbone, lignite, petcoke) con un combustibile derivato dai rifiuti avente precise caratteristiche e non quello di smaltire CDR di qualità normale”.

Le affermazioni del rappresentante di Legambiente sembrano voler ”  ricondurre sulla terra”la discussione e porre dei limiti a cui i cementieri umbri non hanno mai fatto cenno” forse perché temono che l’affare possa sfumare, con ciò facendo sorgere dubbi su un eventuale corretta gestione degli impianti ove si conferisse la possibilità di bruciare cdr di qualità.

Peraltro in occasione della terza edizione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, 19 al 27 novembre 2011, Altreconomia  ha anticipato i contenuti di un reportage sui rifiuti pugliesi, in uscita sul numero di dicembre della rivista, secondo cui la Puglia starebbe completando la rete di impianti per la produzione di cdr-Q da impiegare nei cementific
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Inceneritori addio

Inceneritori addio

Produzione di energia rinnovabile e risparmio energetico: un binomio possibile con i moderni impianti di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti. Un'eccellenza tutta italiana.

di Margherita Bologna

Qualche addetto ai lavori li chiama "giacimenti metropolitani" sconfessando una valutazione errata, ancora radicata nella mentalità comune, secondo la quale i rifiuti sono mondezza da far sparire bruciandola negli inceneritori o seppellendola nelle discariche.

Sì, perché i materiali già utilizzati, se trattati con tecnologie appropriate, sono una miniera da cui estrarre risorse preziose ed energia pulita. Gli impianti ci sono già. E sono tutti in Italia. Sono le moderne e diversificate tecnologie di trattamento meccanico-biologico (TMB) che fanno retrocedere gli inceneritori a quella funzione residuale di chiusura del "ciclo" di gestione dei rifiuti stabilita dalla Legge europea ed italiana. Ma volendo, rendono possibile la totale eliminazione di quelli che, con un eufemismo italico, sono chiamati termovalorizzatori. Vediamo come.

È sufficiente trattare ogni tipologia di rifiuto con la tecnologia più appropriata per ottenere nuova materia da riutilizzare, insieme alla produzione di energia pulita. La componente organica come gli scarti di cucina e della ristorazione può essere inviata alla digestione anaerobica (in assenza di ossigeno) dalla quale si produce biogas e compost di qualità, con un processo di trasformazione aerobica del "digestato " risultante dalla fase precedente. La frazione secca (la carta e la plastica ma anche il vetro ed i rifiuti elettrici ed elettronici, i cosiddetti RAEE) può essere separata con passaggi successivi su nastri trasportatori forniti di lettori ottici a raggi infrarossi che suddividono la carta dalla plastica e selezionano le plastiche per tipo o per colore.

Gli ultimi arrivati sono i lettori a raggi X che ripuliscono in modo automatico i rifiuti organici destinati alla digestione anaerobica dal vetro o da eventuali sassi "leggendo" la densità atomica specifica di ciascun materiale. Ma le tecnologie utilizzabili per separare i materiali postutilizzo già in uso da tempo sono tante: deferrizzatori basati su sensori elettromagnetici, separatori a correnti parassite impiegati per selezionare le lattine di alluminio, separatori balistici, classificatori ad aria e tante altre ancora.

Una novità rispetto al passato è che le plastiche considerate non riciclabili fino a poco tempo fa e destinate a diventare cdr (combustibile da rifiuti bruciato negli inceneritori), oggi possono essere riutilizzate dopo essere state trasformate in granuli mediante un processo meccanico a circa 200 gradi chiamato "estrusione". Rispetto alle altre tipologie di plastica considerate di maggior pregio cambia solo la destinazione d'uso: i granuli, di diverse pezzature, derivanti da queste plastiche trovano la loro collocazione in edilizia in sostituzione della sabbia oppure sono usati per stampare manufatti destinati all'arredo urbano come panchine, cestini per i rifiuti, dissuasori di velocità, pali per edilizia o addirittura tegole per tetti. Esistono anche impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade che ci restituiscono il 75% di materiali come ferro, sabbia, ghiaia di varie dimensioni, tutti lavati, selezionati e privi di componenti nocive e a norma di legge.

Per la parte residua (non più del 20% del totale) la chiusura del ciclo della gestione dei materiali postutilizzo senza inceneritori è possibile con Thor, un mulino ideato dal prof. Paolo Plescia, ricercatore dell’Igag-Cnr che raffina i materiali di qualsiasi tipo esercitando su di essi pressioni di tipo meccanico che vanno dalle 8000 alle 15000 atmosfere. La materia così trattata si riduce a dimensioni microscopiche. È sterile, inodore ed ha un potere calorifico superiore al cdr di qualità, rispetto al quale ha il vantaggio di essere purificata da scorie nocive come lo zolfo ed esente da idrocarburi policiclici. Secondo il prof. Plescia può essere utilizzata in impianti già esistenti “compresi i motori funzionanti a biodiesel, le caldaie a vapore ed i sistemi di riscaldamento centralizzati".

Ma l'Unione Europea con la Direttiva 2008/98CE ci sollecita a concentrare i nostri sforzi sul design ecologico dei materiali nell'atto stesso della progettazione per dissociare la crescita economica dalla produzione dei rifiuti. La progettazione dei materiali deve facilitare l'uso efficiente delle risorse durante l'intero ciclo di vita e comprendere la riparazione, il riutilizzo, lo smontaggio ed il riciclo finale. Così pure la sfida per le imprese è quella di realizzare un circolo virtuoso dove gli scarti e i sottoprodotti di un'industria diventano materiale da utilizzare in altri processi produttivi, come avviene in natura.

Tutti i rifiuti urbani e gran parte di quelli classificati come "speciali" compreso ilcar fluff (i residui provenienti dalla rottamazione degli autoveicoli) possono essere gestiti in modo sostenibile con un risparmio di energia quattro volte in più rispetto a quella prodotta con l'incenerimento. Ai vantaggi energetici conseguenti al riciclo si aggiungono quelli economici e ambientali come dimostrano numerose ricerche italiane e straniere tra cui, nel 2010, la pubblicazione delle Nazioni Unite "Waste and Climate Change".

Dopo queste brevi considerazioni viene spontanea un domanda. Dovendo scegliere tra due percorsi per gestire i rifiuti, l'uno più vantaggioso sul piano energetico ed economico e meno impattante sull'ambiente, l'altro più rischioso per la nostra salute e remunerativo solo per le ristrette lobby dei produttori e gestori di inceneritori, perché non seguire quello più sicuro e vantaggioso per tutta la comunità nazionale, rispettando una volta tanto il principio di precauzione?
Con le nuove tecnologie la realizzazione della società del riciclo prevista dalla legislazione europea è molto più vicina. Ora tutto dipende esclusivamente dalla volontà di chi ci governa.

Wednesday, January 04, 2012

Merate, polveri sottili: 108 i superamenti del limite nel 2011, la media sale a 45 µg/mc. La situazione è in peggioramento

Merate, polveri sottili: 108 i superamenti del limite nel 2011, la media sale a 45 µg/mc. La situazione è in peggioramento


Ecco la mappa della concentrazioni di polveri sottili sull'Europa.
La Pianura Padana, come evidente, è tra le zone più critiche

Come ormai da tre anni a questa parte il trend delle polveri sottili è in continuo peggioramento. Aumentano i giorni di sforamento così come la media, salita di ben 5 punti rispetto al dato del 2010. I valori sono riscontrabili prendendo in considerazione quanto fornito dalla centralina dell'Arpa (agenzia regionale protezione ambiente) situata lungo la SP342dir e che quotidianamente registra la concentrazione di PM10. 

Nel 2011 gli sforamenti (oltre cioè i 50 µg/mc) sono stati 108, ben 15 in più rispetto all'anno precedente quando il valore limite è stato superato 93 volte, 6 comunque in più rispetto al 2009.
L'annus horribilis è stato, come si ricorderà, il 2005 quando per ben 180 volte si è sorpassato il limite, praticamente metà anno con aria irrespirabile. Nel 2006 i superamenti sono calati, raggiungendo quota 158, ma ad alzarsi è stata la media arrivata a toccare quota 58µg/mc. Negli anni la situazione è migliorata fino al 2009 con "solo" 87 superamenti (a fronte tuttavia di 30 giorni senza la rilevazioni per via del mancato funzionamento della centralina) e una media scesa a 40µg/mc. Dall'anno successivo, il 2010 cioè, le cose sono tornate a peggiorare. I superamenti sono saliti a 93 mentre la media è rimasta stabile. Il peggioramento netto lo si è avuto lo scorso anno: 108 giorni oltre il limite di 50µg/mc e una media salita di cinque punti per un valore di 45µg/mc. 

Ma vediamo nel dettaglio l'anno appena concluso. 
I mesi più critici sono sempre quelli invernali dove, complice l'accensione degli impianti di riscaldamento e le condizioni climatiche, la concentrazione delle polveri sottili si fa più consistente. A gennaio i superamenti sono stati 24 (su 31 giorni di cui 5 non dichiarati), a parimerito febbraio e novembre con 21, seguiti da dicembre con 15.

Nel complesso sono stati 21 i giorni con valori oltre i 100µg/mc, in pratica più del doppio rispetto al limite. Le 24 ore peggiori sono state a gennaio quando il 27 la centralina è arrivata a quota 129 (e trattandosi di una media giornaliera si può bene ipotizzare che nelle ore calde la concentrazione abbia raggiunto livelli davvero pericolosi). A febbraio per ben 11 volte i valori registrati sono stati oltre i 100µg/mc.
Come dicevamo dunque la salute dell'aria è andata peggiorando nel corso degli ultimi tre anni. Tra blocchi del traffico, circolazione a targhe alterne, giornate per la bicicletta le amministrazioni tentano di porre un argine a questa situazione ma non pare proprio con successo. Di lavoro da fare ce n'è ancora tanto.
S.V

HOMEPAGE > Lecco > La Brianza lecchese nella morsa dello smog. Allarme inquinamento La Brianza lecchese nella morsa dello smog

La Brianza lecchese nella morsa dello smog

Allarme inquinamento


Nel 2011 le concentrazioni di Pm10 hanno superato per 108 giorni. Il mese più nero è stato gennaio dal punto di vista numerico, con 24 giornate fuori legge

Centralina di Arpa (foto Zani)
Centralina di Arpa (foto Zani)

Merate, 3 dicembre 2011 - Allarme inquinamento nella Brianza lecchese. Nel 2011 le concentrazioni di Pm10 hanno superato la soglia di allarme di 50 microgrammi per metro cubo per 108 giorni, quando secondo la legislazione europea non dovrebbe succedere per più di 35 volte. Brutte notizie anche sul fronte delle concentrazioni medie, che non dovrebbero essere superiori a 40 µg/m3 nell’arco dei 12 mesi, ma che invece sono state pari a 45 microgrammi.
Il 2011 è stato di gran lunga peggiore del 2010, quando le polveri sottili superaro<no i livelli di guardia in 93 occasioni con una media complessiva di 40 microgrammi. Il mese più nero è stato gennaio dal punto di vista numerico, con 24 giornate fuori legge, seguito da febbraio e novembre con 21, poi da dicembre con 15.

Monday, January 02, 2012

Le analisi di Legambiente sull'inquinamento in Lombardia

Mal'aria: anche Lecco capoluogo non è a norma.
Lecco ha superato nel 2011 per 71 gg. ( 49, 48, 49 nei tre anni precedenti) la soglia di 50 microgr./mc di polveri (nel 2011 Como 76 e Varese 69) , tenendo presente che i parametri europei "tollerano" fino a 35 microgr./mc di smog.

Quindi anche a Lecco, pur non raggiungendo picchi simili alle città capoluoghi di provincia  della pianura padana grazie  alla presenza di "venti locali", la situazione non è tranquillizzante anche per un peggioramento rispetto ai dati dei tre anni precedenti. Considerato che il nemico n.1 è il traffico stradale, bisogna intervenire decisamente per rendere  migliore il trasporto pubblico  su gomma, su acqua e su ferro. E' necessario predisporre insieme al piano urbanistico  ( PGT) un Piano della Mobilità e del Traffico  che disincentivi il ricorso dei Cittadini al mezzo privato, che potenzi e renda fruibile quello pubblico, anche attraverso la riproposizione in termini più moderni del sistema ferroviario metropolitano, esigendo poi dalla Regione  l'applicazione del Protocollo Brianza sottoscritto il 13/02/2001 per una migliore funzionalità delle linee ferroviarie Lecco- Como e Lecco Molteno.

La sicurezza e la salute dei Cittadini si garantisce anche con la diminuzione del traffico stradale ed un efficace trasporto pubblico. In questo periodo di crisi, la migliore scelta è quella di investire sulle infrastrutture della mobilità su ferro a livello urbano e interurbano che per noi vuol anche dire collegamento con la vicina confederazione elvetica, non dimenticando che la città capoluogo è affacciata su due laghi. Pierfranco Mastalli- Presidente Legambiente Lecco
             
SMOG: I CONTI DEL 2011 IN LOMBARDIA
In Lombardia polveri in aumento ovunque: nessun capoluogo è a norma, Milano a picco su tutti gli indici
Milano e Monza di gran lunga  i capoluoghi più inquinati della pianura, meglio le città lacustri e montane: ma il nemico numero 1 è il traffico stradale
Ricomincia la conta dei superamenti.
'L'aria pulita è possibile, ma urgono scelte radicali contro il traffico: basta autostrade, il 2012 sia l'anno del trasporto pubblico'
Non c'è partita nel 2011, il consuntivo di fine anno e le serie storiche del decennio consegnano a Milano la palma di città più inquinata tra i capoluoghi lombardi. Malissimo l'indice che misura i superamenti della soglia di 50 microgrammi/mc per le polveri sottili: 151 le giornate irrespirabili nel capoluogo lombardo (l'anno scorso furono 'solo' 95), contro le 129 del secondo peggior piazzamento, che nel 2011 è Mantova. La città più pulita nel 2011 è stata Sondrio, che con 44 giornate oltre soglia segna comunque un peggioramento rispetto all'anno precedente, superando anch'essa il fatidico numero di 35 giornate di smog 'tollerate' secondo i parametri europei. I bassi valori del capoluogo valtellinese, dove maggiore è la diffusione dell'uso di legna come combustibile, suonano come una conferma di ciò che da tempo è risaputo: oggi in Lombardia è il traffico stradale il vero nemico da battere, come rileva il presidente di Legambiente Lombardia, Damiano Di Simine "Purtroppo, con l'unica notevole eccezione dell'Area C a Milano, non possiamo dire che questa consapevolezza informi le politiche di Regione e province, che da un lato affermano di voler combattere lo smog, ma dall'altro non fanno abbastanza per lo sviluppo di concetti più intelligenti di mobilità: vorremmo che il 2012 fosse l'anno del trasporto pubblico e del trasporto merci sostenibile"
Un altro anno di aria pesante per Milano, anche se non il peggiore del decennio, visto che nel 2002 le giornate fuori legge furono 172. Se la conta dei giorni è andata proprio male, anche peggiori sono i dati sulle concentrazioni medie: Milano si conferma capitale della Mal'aria, arrivando a fine anno con una concentrazione media di polveri nell'aria, calcolata su tutte e tre le centraline urbane, pari a 49,1 microgrammi/mc. Un aumento pesantissimo, più alto di quasi il 25% rispetto al 2010, quando per la prima volta da decenni a Milano le concentrazioni di smog erano rimaste, sia pure di poco, al di sotto dei 40 microgrammi/mc che l'UE autorizza a considerare tollerabili. Non vanno meglio le altre città padane, a partire da Monza (47,4 microgrammi nel 2011), capoluogo immerso nella stessa nube metropolitana che avvolge Milano. Tutti gli altri capoluoghi di pianura hanno valori, sia pur di poco, sopra la soglia tossica: dai 40,2 di Lodi ai 42,4 di Cremona: non si salva nessuno, quanto ad aria malsana, nel catino padano. Per respirare bisogna raggiungere le Prealpi, dove Varese, Como e Lecco hanno concesso valori medi annui compresi tra 33 e 35,5 microgrammi/mc: livelli tollerabili come media, non come numero di giornate di superamento (meglio a Varese, con 69 giorni sopra i 50 microgrammi, peggio a Como con 76)
Siamo stati dunque abbondantemente fuori legge nel 2011, anno che ha fortemente smorzato i troppo facili entusiasmi con cui, fino al 2010, si registrava una apparente tendenza al miglioramento della qualità dell'aria che durava dal 2006 (grafici allegati)
Da oggi ricomincia la conta dei superamenti, ma non quella dei segnali positivi. L'unica vera novità, certo di non poco conto, è l'istituzione di area C a Milano, i cui effetti saranno sicuramente apprezzabili a livello locale, ma non muteranno un quadro regionale che ha bisogno di politiche più coraggiose per quanto riguarda, in particolare, il capitolo della mobilità.
"Portare sotto controllo i parametri dell'aria è possibile, affrontando scelte chiare - conclude Damiano Di Simine - ma per questo serve una chiara indicazione di priorità degli investimenti pubblici e privati: è ora di gettare alle spine i fallimentari progetti autostradali e di dedicare invece progettualità e risorse ad un complessivo potenziamento e ammodernamento dei servizi e delle reti di mobilità collettiva, per rendere la metropoli lombarda competitiva con le altre grandi concentrazioni urbane del continente"

I dati del 2011: media annua e numero di giorni di superamento del limite dei 50 microgrammi/mc, in verde i valori al di sotto dei limiti tollerati
 
MB
BS
MI
MN
LO
BG
PV
CO
LC
VA
SO
CR
Media PM10, microg/mc
47,4
42
49,1
40,9
40,2
40,4
41,8
35,4
33
34,5
26,8
42,4
Giorni di superamento
121
125
151
129
104
106
103
76
71
69
44
109
Fonte: elaborazione Legambiente Lombardia su dati ARPA

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