Giorni dalla firma tra Italcementi ed i Comuni

NON HANNO FIRMATO I SINDACI DI : Paderno d'Adda e Solza . HANNO FIRMATO : Calusco d'Adda, Cornate d'Adda, Imbersago, Medolago, Parco Adda Nord, Robbiate, Verderio Inferiore, Verderio Superiore, Villa d'Adda, Dopo più di 1.000 giorni dalla firma ,il 4 Maggio 2012 non si hanno notizie sulla ferrovia . Solo ombre su questo accordo fantasma , polvere , puzza, inquinamento . http://calusco.blogspot.it/2012/05/comunicato-stampa-tavolo-italcementi.html

Countdown alla ferrovia

il tempo e' finito del collegamento ferroviario nessuna notizia ,Piu' di 1.000 giorni TRE ANNI e nulla di fatto, meditate .

Friday, December 25, 2015

Rifiuti, in Italia record di inceneritori

Chiude  al traffico Milano 


Chiudete  anche   l'talcementi  di Calusco 

 l'equivalente di  almeno 500.000  auto al 

 giorno in meno nei cieli  di  Lombardia 

Rifiuti, in Italia record di inceneritori


L’Italia continua a ignorare la legge che impone la differenziata al 65%. Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2015 di Ispra in aumento le tonnellate di rifiuti mandati a incenerire. Legambiente: “Nessuno vuole i termovalorizzatori, tranne le grosse multinazionale che hanno investito in questi impianti per fare business”
L’Italia continua a scegliere i termovalorizzatori, ignora le leggi che lei stessa fa sulla raccolta differenziata e aumenta il carico di rifiuti mandati a incenerire.
Emettono diossine, sono inquinanti. Nessuno vuole i termovalorizzatori suo suo territorio. “Peccato che le grosse multinazionali hanno investito in questi impianti per fare business”, racconta a Wired.it Laura Brambilla, responsabile nazionale Comuni ricicloni per Legambiente. Dati alla mano, secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2015 di Ispra, nonostante una lieve diminuzione dal 2013 al 2014, resta il costante aumento deirifiuti mandati a incenerire, passati da 3,8 milioni di tonnellate nel 2005 a 5,1 lo scorso anno (+34,8%). Secondo i dati dell’Istituto superiori per la protezione e la ricerca ambientale, sono 44 gli inceneritori per rifiuti urbani attivi nel 2014, la maggior parte dei quali presenti al nord (29 impianti), di cui quasi la metà localizzati in Lombardia. Numeri che l’inchiesta civica partecipata #riciclozero sta cercando di monitorare.
Una mappatura dell’Italia che brucia ideata dalla giornalista Rosy Battaglia e realizzata con la rete di supporto di Cittadini Reattivi, per creare un fermo immagine di impianti attivi, autorizzati e previsti.
“Negli ultimi quattro anni il numero degli inceneritori è leggermente diminuito – precisa a Wired.it Rosanna Laraia, responsabile servizio rifiuti di Ispra – Questo non perché vi è stata un’inversione di tendenza ma solo perché si è chiuso qualche vecchio impianto. Inoltre, la scelta di dismettere alcuni inceneritori non significa che si sia diminuito il quantitativo di rifiuti inceneriti, che invece resta ancora a livelli molto alti”. In Italia, infatti, il 17% dei rifiuti urbani prodotti è mandato nei termovalorizzatori mentre il 31% viene ancora smaltito in discarica. Quasi un 50% tra discariche e inceneritori, quindi, contro il 42% di recupero e riciclaggio. Il ritratto di un’Italia che arranca, se si considera che il Pacchetto rifiuti approvato dal Parlamento Europeo il 2 dicembre chiede agli Stati di ridurre al 10% lo smaltimento in discarica entro il 2030.
“Laddove è presente un termovalorizzatore sul territorio, questo è abbinato a una scarsa raccolta differenziata”. Non ha dubbi Laura Brambilla, la responsabile nazionale Comuni ricicloni, delle ragioni economiche che spingono i Comuni verso discarica e inceneritori. “Si potrebbero almeno smantellare gli impianti obsoleti e invece registriamo richieste di ampliamento e ristrutturazione – continua Brambilla – Se raccogliere in modo differenziato costa molto di più rispetto a incenerire o, ancor peggio, mandare i rifiuti in discarica, allora nessun Comune sarà incentivato a differenziare”. Una situazione aggravata, secondo la rappresentante di Legambiente, dall’assenza di un sistema capace di premiare le amministrazioni green. “Ogni città può scegliere se differenziare i rifiuti o mandarli in discarica senza che vi siano né incentivi né punizioni”. Un meccanismo che sembra ignorare l’obbligo di legge del 65% di differenziata.
“Non si dovrebbe potere scegliere se differenziare o meno, ma la legge è ignorata da quanti dovrebbero fare i controlli – continua la responsabile di Comuni Ricicloni – Grazie a questi mancati controlli, i sindaci non hanno alcun motivo per rendersi ‘antipatici’ ai loro cittadini obbligandoli a mettere i bidoni per differenziare sul loro balcone. Inoltre, nel Mezzogiorno si arriva alle situazioni limite in cui oltre l’80% dei cittadini non pagano la tassa rifiuti. Un contesto di illegalità, dove i Comuni dovrebbero sostenere costi elevatissimi per essere a norma di legge”. Così, mentre le amministrazioni non rispettano l’obbligo a differenziare e i cittadini decidono di non pagare la tasse sui rifiuti, la scelta più praticata resta quella più economica.
Ma se la logica a guidare le amministrazioni resta una pura scelta di risparmio, ecco spiegato perché la percentuale di raccolta differenziata si attesta ancora al 45%. Anche se si nota un aumento di tre punti rispetto al 2013, infatti, l’Italia è in ritardo di sei anni rispetto al conseguimento degli obiettivi che lei stessa si era fissata per il 2008. Ancora all’orizzonte, invece, il traguardo del 65% di riciclata che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2012. Risultati che si traduco in una penisola spaccata in due, con il Nord capace di raggiungere il 57% di differenziata e un Mezzogiorno indietro di almeno dieci punti percentuali, con il centro fermo al 41% e il Sud al 31%. Superano l’obiettivo del 65% fissato dalla normativa Veneto e Trentino Alto Adige. Ma se sono ben oltre il 50% anche Friuli Venezia Giulia e Lombardia, le sorelle calabresi e siciliane compensano con un 19 e 12,5%. Pessimi risultati anche in PugliaBasilicata e Molise, mentre in Campania(48% di differenziata) e Abruzzo (46%) la spinta ecologica appare in grande crescita.

Altro nesso importante tra termovalorizzatori e differenziata, il fatto che gli impianti spesso sono dimensionati su obiettivi di raccolta differenziata inferiori rispetto a quelle previsti per legge. Caso emblematico la Liguria, dove il termovalorizzatore è stato calibrato sull’attuale bassissimo livello di rifiuti differenziati (35%). In altre parole, se la Regione dovesse migliorare i risultati di differenziata, l’impianto avrebbe comunque bisogno dello stesso quantitativo di rifiuti per funzionare. Rifiuti che la Liguria dovrebbe essere costretta a fare arrivare da altre zone d’Italia. Un quadro diverso si registrerebbe se gli impianti fossero calibrati in base all’obiettivo di legge del 65% di differenziata, creando anche una spinta – alle Regioni – per riallinearsi con una norma ormai ignorata. Un panorama che stride ancora di più, visto che “secondo il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti le Regioni che non presenteranno un piano rifiuti concreto dovranno aspettarsi l’arrivo di un nuovo termovalorizzatore”, conclude Brambilla. Per un problema rifiuti che sembra volersi risolvere, ancora una volta, buttando la spazzatura tra le fiamme.

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