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Friday, July 29, 2005

La Lega Nord di Robbiate ringrazia i cittadini per la battaglia ``Italcementi``

La Lega Nord di Robbiate ringrazia i cittadini per la battaglia ``Italcementi``


La Lega Nord Robbiate ringrazia tutti i cittadini e partecipanti per la splendida riuscita del gazebo di domenica 24 Luglio. La battaglia della Lega Nord contro il progetto dell` Italcementi, di utilizzare rifiuti tossico-nocivi come combustibili alternativi , e` cominciata nel migliore dei modi, visto l`altissimo numero di firme raccolte a sostegno dell`iniziativa. L`affetto e la determinazione manifestati dalle persone dimostrano come la Lega Nord sia l`energia vitale della politica. Come preannunciato questo sara` solo l`inizio di una massiccia campagna informativa sui pericoli causati ai cittadini da questo progetto, in settembre gazebo verranno istituiti in ogni paese coinvolto , verra` inoltre attuato un volantinaggio capillare sul territorio affinche` i cittadini possano essere padroni del proprio futuro e delle loro libere scelte contro le lobby economico industriali che antepongono i propri interessi al bene comune. Con l`occasione ringraziamo le numerose persone che oltre a firmare la petizione, si sono tesserate per il nostro movimento,a dimostrazione di come il tema della sicurezza ambientale sia molto sentito dai cittadini e vengano premiate le nostre battaglie di liberta` e di tutela dei diritti dei cittadini. Si ringrazia la Circoscrizione di Merate e la vicina sezione di Olgiate per il prezioso contributo fornito alla splendida realizzazione della manifestazione.

il Segretario Marco Benedetti

Wednesday, July 27, 2005

rogeno L'ok della Regione alla cementeria suscita molte proteste fra le amministrazioni e le associazioni ambientaliste La «Holcim» brucia tonnellate

LA PROVINCIA DI LECCO 26 07 05


rogeno L'ok della Regione alla cementeria suscita molte proteste fra le amministrazioni e le associazioni ambientaliste La «Holcim» brucia tonnellate di fanghi: Comuni in guerra


ROGENO (d. bon.) Nuove polemiche intorno alla cementeria di Merone. Dopo le controversie dei mesi scorsi, legate alla possibilità per la cementeria di bruciare nei propri forni la spazzatura ridotta in Cdr (Combustibile derivato dai rifiuti), a far discutere è l'approvazione di un nuovo provvedimento del Pirellone. Un provvedimento con il quale la Regione ha concesso alla Holcim il permesso di bruciare 13 mila tonnellate all'anno di fanghi prodotti dal trattamento delle acque, e contro il quale si sono subito scatenate le proteste dell'amministrazione e delle associazioni ambientaliste. A preoccupare gli abitanti e gli amministratori dei comuni intorno a Merone, le possibili conseguenze ambientali che la nuova attività potrebbe avere. «Se da un lato la Holcim sostiene che queste 13 mila tonnellate di fanghi del depuratore, considerati rifiuti non pericolosi, sostituiranno una quantità analoga di rifiuti pericolosi (costituiti da miscele oleose e da residui peciosi), - sottolineano i responsabili dell'associazione «Rete donne Brianza», con sede a Merone - dall'altro sembra ormai chiaro che la cementeria si sta trasformando a tutti gli effetti in un inceneritore per rifiuti». Cambiamento che preoccupa soprattutto «perché - proseguono i responsabili dell'associazione - ciò significa che le sue scelte strategiche future verranno guidate dalla maggiore o minore convenienza economica nello smaltimento di questo o quel rifiuto, indipendentemente dalla sua pericolosità per la salute dei cittadini». Ma non solo. Perché le eventuali conseguenze ambientali dell'attività di incenerimento dei rifiuti, «andrebbero a incidere su un'area come la nostra, che - sottolinea il vicesindaco di Rogeno e consigliere provinciale per i verdi Rocco Pugliese - già nel 1988 veniva considerata ad alto rischio ambientale». Da qui la preoccupazione degli amministratori locali, che storcono il naso di fronte alla possibilità di incenerire «una quantità enorme di fanghi dei quali non è data sapere la provenienza», -sottolinea Pugliese. Ma tra i motivi di insoddisfazione indicati dall'amministrazione rogenese c'è anche «una questione di metodo. - spiega il vicesindaco - Oltre a non coinvolgere nel procedimento amministrativo i Comuni della provincia sui quali ricadranno le conseguenze ambientali della cementeria, infatti, la Regione non risponde nemmeno alle istanze delle amministrazioni locali. Un fatto grave, dimostrato dalla mancanza di risposte a una nostra obiezione datata maggio 2001, con la quale avevamo presentato una petizione al Consiglio regionale contro le attività di incenerimento di farine animali nei forni della cementeria».

Tuesday, July 26, 2005

merone così le minoranze dopo che la loro mozione sul tema non andrà in consiglio fanghi in cementeria: «chiamiamo il prefetto»

LA PROVINCIA DI LECCO 25 07 05


merone così le minoranze dopo che la loro mozione sul tema non andrà in consiglio fanghi in cementeria: «chiamiamo il prefetto»

-Merone promettono di arrivare fino al prefetto di como, se sarà necessario, pur di riuscire a ottenere una discussione pubblica sul tema dei fanghi da depurazione utilizzati in cementeria con il beneplacito - dicono loro - del comune, gli esponenti del gruppo “progetto democratico”, da settimane in attesa di potersi confrontare con la maggioranza su questo delicato tema. «è gravissimo e contro ogni regola democratica che la maggioranza e in particolare il sindaco continuino a sfuggire un confronto pubblico su un tema così delicato, che interessa da vicino tutti gli abitanti di merone – spiega alfredo fusi per la minoranza – l'ultima conferma di questo atteggiamento, in ordine di tempo, l'abbiamo avuta sabato, quando è arrivata la convocazione del consiglio comunale (in programma domani sera alle 21) senza l'inserimento all'ordine del giorno delle mozioni presentate dal nostro gruppo, una delle quali riguardava proprio l'autorizzazione data dal comune all'utilizzo di questi fanghi». «avevamo presentato tutto con ampio anticipo - prosegue fusi -, proprio per poter discutere del tema nel primo consiglio comunale utile; solo che il sindaco pietro brindisi, utilizzando una interpretazione assolutamente restrittiva del regolamento del consiglio, ha deciso di far slittare la nostra richiesta. e così i cittadini di merone, per sapere come mai il comune ha autorizzato questa richiesta della cementeria senza avviare un confronto pubblico, e che fine hanno fatto i progetti di messa in sicurezza del lambro, per realizzare i quali la passata amministrazione aveva ottenuto un finanziamento dal ministero dell'ambiente di 2 milioni e mezzo di euro, dovrà attendere fino al prossimo settembre». il tentativo dunque sarebbe quello di «imbavagliare l'opposizione», secondo “progetto democratico”, che ora si dice pronto a mobilitare anche il prefetto di como. «se il sindaco pensa in questo modo di obbligarci al silenzio si sbaglia di grosso – aggiunge fusi – vogliamo sapere come mai nel dicembre dello scorso anno ha dato l'assenso all'utilizzo di questo nuovo combustibile, quando in campagna elettorale aveva assunto posizioni diverse, senza di fatto informare nessuno, men che meno il consiglio comunale. vogliamo sapere su quali basi tecnico-scientifiche è stata compiuta questa scelta e come mai non ha pensato di coinvolgere o almeno informare la commissione ambiente, che si occupa anche di questi temi». «di certo - conclude fusi per la minoranza del gruppo di “progetto democratico” - non è sfuggendo al confronto che si fa democrazia, e di questo siamo pronti a lamentarci anche di fronte al prefetto di como, per chiedere a lui se è possibile accettare un simile sistema di amministrare la cosa pubblica». dal canto suo l'amministrazione si è giustificata sostenendo che le mozioni presentate non erano accettabili visto che, a norma dello statuto, erano state presentate senza rispettare i venti giorni di anticipo rispetto alla convocazione del consiglio comunale. ro. can.

Friday, July 22, 2005

Robbiate: «No all'inceneritore» La Lega Nord scende in piazza

la provincia di lecco 21 07 05


Robbiate: «No all'inceneritore» La Lega Nord scende in piazza


ROBBIATE (f.a.) La Lega Nord scende in piazza per bloccare l'ipotesi che l'impianto Italcementi di Calusco D'Adda utilizzi rifiuti tossici e nocivi come combustibile per la produzione di cemento. La sezione di Robbiate e la circoscrizione di Merate hanno organizzato per domenica un gazebo in via Sant'Elena a Robbiate dalle 9 alle 12,30. Si tratta del primo di una lunga serie di iniziative che il movimento intende promuovere per bloccare sul nascere l'idea. E domenica sarà avviata anche una raccolta firme. Attraverso la petizione, si spera così di poter contrastare il progetto che ha già sollevato numerose proteste. La Lega Nord, infatti, ritiene che i cittadini non siano disposti ad accettare un inceneritore privato per lo smaltimento dei «peggiori rifiuti industriali provenienti da tutta la Lombardia, con effetti nefasti per la sicurezza e la salute» di tutti. Alla prima delle numerose giornate di protesta prenderanno parte il consigliere regionale Giulio De Capitani, i consiglieri provinciali Antonello Formenti e Rosagnese Casiraghi e il commissario di circoscrizione Marco Fumagalli.

Tuesday, July 19, 2005

Italcementi investe anche a Rezzato


Italcementi investe anche a Rezzato170 milioni per un impianto più ecologico



Il gruppo Italcementi progetta una crescita in Italia. Dopo il completamento l’anno scorso degli interventi a Calusco, il gruppo ha presentato un analogo progetto di riammodernamento della cementeria bresciana di Rezzato che con l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili sul mercato permetterà una crescita della capacità produttiva e allo stesso tempo un miglioramento della situazione ambientale.
L’intervento proposto consiste nella realizzazione, con un investimento di circa 170 milioni di euro, di una nuova linea produttiva del cemento grigio in sostituzione delle attuali due, per arrivare a una capacità produttiva di 1,6 milioni di tonnellate annua. Il nuovo impianto, a conclusione dell’iter autorizzativo e della costruzione vera e propria (due anni di lavoro), potrebbe entrare in funzione nel 2009La nuova linea produttiva ridurrà tra il 20 % e l’80% tutte le emissioni della cementeria, con performances migliori anche rispetto alle nuove direttive comunitarie recepite dal Parlamento Italiano.Le amministrazioni locali di Rezzato e Mazzano hanno ricevuto lo Studio di impatto ambientale (Sia - realizzato dal Politecnico di Milano) il cui iter valutativo è stato formalmente avviato con la pubblicazione dell’avviso di avvenuto deposito della documentazione presso gli enti regionali, provinciali e comunali. L’iter prevede poi una serie di incontri tecnici e di informazione a livello locale e regionale per mettere a punto il progetto finale. In questa fase Italcementi esaminerà e valuterà tutte le eventuali osservazioni alla proposta iniziale presentata. Due le soluzioni di intervento progettate: una all’interno dell’attuale area della cementeria e una all’esterno nell’area Sud adiacente all'impianto, entrambe in aree di proprietà Italcementi. La produzione prevista è di 4.000 tonnellate di clinker (la base per il cemento) al giorno. La riduzione a un unico punto delle emissioni oltre a permetterne un miglior controllo (con un monitoraggio in continuo 24 ore su 24 delle emissioni in atmosfera), porterà a una riduzione delle emissioni di polveri del 21%, di biossido di zolfo dell’ 80 %, di ossidi di azoto del 23%.

Sunday, July 17, 2005

Lega: No all’inceneritore dei rifiuti tossici Italcementi

Lega: No all’inceneritore dei rifiuti tossici Italcementi

Con riferimento all` inquietante vicenda dello smaltimento di rifiuti tossico-nocivi, utilizzati come combustibili alternativi da parte della ditta Italcementi di Calusco d’Adda per la produzione di cemento, la Lega Nord dichiara la propria assoluta contrarieta’ a tale progetto. Un progetto destinato ad arricchire solo ed esclusivamente l’azienda Italcementi S.p.a., ma che andrebbe ad aumentare la già non rosea situazione ecologico-ambientale dei territori dell’isola e del meratese; zone densamente popolate e dove è già stata riscontrata una mortalità per carcinoma superiore alla media nazionale. Non entrando nel merito della funzionalita’ dell’impianto, in condizioni normali di lavorazione, rimane concreta e allarmante l’ipotesi, in caso di guasto, di avere una nuova Icmesa a trent’anni dal dramma di Seveso. Inoltre il trasporto su gomma e lo stoccaggio di materiali altamente infiammabili in una zona così densamente popolata, metterebbe a repentaglio l’incolumita’ dei cittadini in caso di un eventuale e prevedibile incidente. L’Italcementi e’ uno stabilimento di produzione di materiale per l’edilizia e tale deve rimanere. Non ha alcuna senso creare un inceneritore privato che smaltirebbe i peggiori rifiuti industriali provenienti da tutta la Lombardia senza che il territorio che se ne accolla l’onere ne abbia vantaggio alcuno. La Lega Nord e’ da sempre al fianco dei cittadini nelle battaglie a salvaguardia dei loro diritti, in primis quello alla salute. Il nostro movimento si battera’ ad ogni livello istituzionale per impedire che tale iniziativa abbia realizzazione, si ergera’ ad assoluto difensore dell’ambiente ,della salute dei cittadini e dei loro sacrosanti diritti. Partira’ una campagna informativa in tutto il territorio interessato, sui pericoli e sulla natura di questi rifiuti; gazebo saranno istituiti in ogni paese coinvolto, affinche’ i cittadini possano riappropriarsi del loro futuro, contro le lobby economiche industriali che intendono sovrapporre i loro interessi al bene comune. Lega Nord, il coraggio e l’onesta’; da sempre baluardo delle volonta’ e dei diritti democratici dei cittadini.

Friday, July 15, 2005

Verderio Sup.: Italcementi monopolizza l’informatore

Verderio Sup.: Italcementimonopolizza l’informatore


A seguito delle intenzioni dell’impianto Italcementi di utilizzare altro materiale all’interno dell’inceneritore, le amministrazioni comunali dei paesi limitrofi si stanno mobilitando ormai da tempo per informare i cittadini sugli eventuali rischi. A Verderio Superiore l’ultimo numero dell’informatore comunale è stato interamente dedicato alla questione.

LE PROPOSTE DI ITALCEMENTI
Il Gruppo Italcementi è una società multinazionale che produce prevalentemente cemento e calcestruzzo. Recentemente, ha proposto di sostituire, nel suo stabilimento di Calusco D’Adda (Bergamo), parte dei combustibili impiegati nel proprio processo produttivo (carbone e coke di petrolio) con combustibili costituiti da diverse tipologie di rifiuti (materiali non altrimenti recuperabili e caratterizzati da elevato potere calorico), sino ad un totale pari al 55% del fabbisogno termico del forno della cementeria. Le attività proposte, nell’ambito di un programma finalizzato al risparmio energetico, sono diversamente regolamentate dalla normativa ambientale italiana e seguono diversi iter per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie all’esercizio.
AUTORIZZAZIONI E COMPETENZE
Novembre 2004: presentazione istanza a Provincia di BG per utilizzo di CDR (Combustibile Da Rifiuti).Al Comune di Calusco, all’ASL e ARPA, Italcementi trasmette la documentazione per l’espressione di un parere. La Provincia di Bergamo deve verificare che siano rispettate le condizioni in ordine alle quantità massime impiegabili, alla provenienza, tipi e caratteristiche dei rifiuti utilizzabili ed alle prescrizioni necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati senza pericolo per la salute dell’uomo e pregiudizio all’ambiente.Dicembre 2004: avvio della procedura VIA (Valutazione Impatto Ambientale) per l’utilizzodei rifiuti.
L’autorizzazione è di competenza della Regione Lombardia ed è subordinata alla V.I.A. di competenza ministeriale. La procedura ha carattere pubblico; si possono presentare osservazioni allo Studio di Impatto Ambientale redatto dal proponente. Gli Enti Locali esprimono il loro parere nell’ambito di una Conferenza di Servizi coordinata dalla Regione che ne riporta le conclusioni al Ministero dell’Ambiente. Se il progetto supera la fase della verifica di compatibilità ambientale ha inizio l’iter autorizzativo regionale; anche in questo caso gli Enti Locali partecipano attraverso la Conferenza di Servizi.
A CHE PUNTO SIAMO ?
Il Comune di Calusco D’Adda ha coinvolto 15 Comuni limitrofi nella fase di analisi del progetto e di elaborazione delle osservazioni. Da gennaio 2005 è in corso l’approfondimento tecnico-politico richiesto dai Comuni, tra cui Verderio Superiore, per le valutazioni preliminari. Ad aprile è iniziata la fase di confronto con Italcementi per la definizione degli impatti ambientali. A seguito delle richieste dei Comuni, Italcementi ha sospeso sino allo scorso 30 aprile le procedure “formali” dei due iter autorizzativi attivati. Un primo esito si è ottenuto con la decisione dell’azienda di riformulare parzialmente le proprie proposte. Nel mese di maggio è stata ripresentata istanza per l’utilizzo di CDR (con dilazione della scadenza ad agosto). Inoltre è in fase di revisione lo Studio di Impatto Ambientale relativo all’utilizzo di rifiuti pericolosi che consentirà di rinegoziare i tempi per le osservazioni.Per la procedura CDR, il Comune di Calusco ha presentato le proprie osservazioni alla fine di giugno per consentire alla Provincia di Bergamo di esprimere una decisione entro il prossimo agosto. Per la procedura rifiuti pericolosi, dopo la revisione del SIA (Studio Impatto Ambientale) seguirà il periodo delle osservazioni e quindi l’iter ministeriale per la compatibilità ambientale. Poi riprenderà l’iter regionale, che costituisce una variante agli strumenti urbanistici comunali. Il Comune di Calusco non ha competenze dirette e poteri autorizzativi.
COSA SONO CDR, ECOFLUID, RASF ?
Il CDR (Combustibile da Rifiuti) deriva dal trattamento di bioessicazione dei rifiuti urbani.Proviene da impianti situati in Lombardia e si presenta in forma solida, a pezzatura variabile (circa 20 mm) .A norma di legge, deve essere trattato con un contenuto massimo di umidità e con contenuto definito di contaminanti (es. cloro, metalli pesanti).Il CDR è costituito prevalentemente da carta, cartone, plastiche, legno e materia organica non degradata nel processo di trasformazione. E’ classificato rifiuto speciale ma recenti normative ne prevedono la derubricazione da rifiuto a combustibile, liberalizzandone quindi l’utilizzo.ECOFLUID è una miscela di solventi residui della produzione di resine, vernici, materie plastiche e soluzioni da produzione di intermedi chimici e farmaci di elevato potere calorifico. Viene prodotto in un centro di trattamento di Filago (BG) che garantisce la composizione entro intervalli prestabiliti. E’ stato impiegato in due dei 4 vecchi forni della cementeria di Calusco nel periodo 1994 – 2002; il suo impiego è stato sospeso in attesa della realizzazione del nuovo impianto.RASF è una miscela di residui altobollenti dalla produzione di stirene e fenolo, ad elevato potere calorico, fornita da uno stabilimento in Mantova; deve essere mantenuto ad idonea temperatura per garantire la necessaria fluidità.ECOFLUID e RASF sono classificati “rifiuti pericolosi” sulla base della loro provenienza e delle caratteristiche chimico-fisiche che possono rendere potenzialmente pericolose alcune fasi del loro impiego e movimentazione. E’ previsto il loro impiego per circa il 40% del fabbisogno termico del forno. Il conferimento dei rifiuti allo stabilimento è previsto via gomma (autoarticolati). Il trasporto di CDR, considerando la sottrazione del corrispondente combustibile da petrolio, comporterà l’incremento medio di 3 autoarticolati/giorno nell’area bergamasca. Il trasporto di ECOFLUID/RASF, comporterà un aumento pari a circa 50 autoarticolati l’anno.Lo stoccaggio dei rifiuti è previsto in strutture dedicate, quali serbatoi inertizzati per i rifiuti liquidi, un apposito capannone per il CDR e strutture presidiate per garantire il contenimento di rischi ed impatti. L’alimentazione avverrebbe sia al bruciatore primario che al calcinatore con sistemi di trasporto chiusi e con meccanismi di dosaggio. Le ceneri della combustione saranno inglobate nel prodotto finito o trattenute dai presidi depurativi.

I BENEFICI PROSPETTATI DA ITALCEMENTI
• Risparmio di risorse non rinnovabili (carbone e coke di petrolio), in linea quindi con gli orientamenti normativi e con l’esigenza di rispetto di protocolli internazionali (es. Kyoto).• Caratteristiche del processo (alte temperature ed elevati tempi di permanenza dei gas) che garantiscono la completa distruzione dei contaminanti.• Assenza di residui di combustione dovuto all’inglobamento degli stessi nel prodotto finito senza modifiche qualitative del cemento.• Non variazione qualitativa e quantitativa delle emissioni che risultano indipendenti dalla tipologia di combustibile o rifiuto alimentato.• Significativo abbattimento delle emissioni di Ossidi di Azoto dovuto alle migliorate condizioni di combustione.• Non variazione delle emissioni di altri contaminanti (polveri, ossidi di zolfo, acido cloridrico,..) rispetto alla situazione attuale.
LE PREOCCUPAZIONI DEGLI ENTI LOCALI
Gli Enti locali e le Associazioni ambientaliste hanno subito manifestato preoccupazione per il nuovo progetto del cementificio. L’avvio degli attuali impianti (2003) è stato accompagnato da un monitoraggio ambientale che ha rilevato, a fronte di un miglioramento delle emissioni al camino, una criticità della qualità dell’aria riscontrata al suolo. Primaria è stata quindi l’esigenza di valutare in modo “sostanzialmente unificato” le proposte che Italcementi ha avanzato (peraltro a norma di legge) in modo disgiunto. Alcune proposte non sono sufficientemente supportate da dati e dimostrazioni necessari per comprendere l’impatto sulla qualità dell’aria e del rumore causato dal traffico. Oltre i benefici generali prospettati da Italcementi non sono individuate forme di mitigazione e compensazione a livello territoriale per i Comuni coinvolti, a fronte dei sicuri ritorni economici per l’azienda. Lo studio condotto da Italcementi poteva essere l’occasione per una “valutazione critica” della propria presenza sul territorio.
LE CRITICITA’ SIA (STUDIO IMPATTO AMBIENTALE)
Ai sensi della legge vigente lo Studio di Impatto Ambientale deve essere articolato in un quadro di riferimento programmatico, progettuale e ambientale. • Quadro di riferimento programmaticoNello Studio nessun cenno viene fatto per inquadrare il progetto nel sistema normativo regionale della gestione dei rifiuti speciali (dati di produzione, attuale sistema impiantistico). Non sono stati considerati tutti gli strumenti di programmazione e gestione del territorio (es. nessun cenno al Piano Territoriale della Provincia di Bergamo). • Quadro di riferimento progettualeMancano informazioni precise sulla qualità dei rifiuti da impiegare, sulle variazioni qualitative nelle composizioni, sulle procedure da adottare per garantire il controllo e per verificare standard elevati di qualità del CDR. Per il conferimento dei rifiuti il percorso ipotizzato dei camion non è ritenuto proponibile e non viene evidenziata la possibilità di conferimento in orari a minor traffico lungo le arterie stradali interessate. Mancano valutazioni sul possibile trasporto a mezzo ferrovia. • Quadro di riferimento ambientale Nello Studio viene riportata la descrizione delle esperienze condotte in altri stabilimenti del Gruppo Italcementi in merito al coincenerimento ma mancano esperienze in cui siano trattati i rifiuti in oggetto: tutte le esperienze trattate si riferiscono ad una alimentazione di rifiuti sino ad un massimo del 25% del fabbisogno del processo (55% del caso in oggetto).Si ritiene necessario un approfondimento della trattazione in relazione alle emissioni di microinquinanti. Gli approfondimenti condotti in merito al SIA hanno evidenziato carenza di dati ed informazioni riferite al complesso delle emissioni dallo stabilimento Italcementi e non hanno descritto il contesto in cui la proposta andrebbe ad inserirsi: non sono individuate nell’ indagine le importanti fonti di emissione già presenti (inceneritori di Dalmine, Trezzo, Filago).Per gli impatti ambientali i Comuni e gli Enti istituzionali chiedono di evidenziare :• un confronto con le migliori tecnologie disponibili; • rigorosi limiti di emissione; • continui miglioramenti delle prestazioni.

OSSERVAZIONI DEL TAVOLO TECNICO E RISPOSTE ITALCEMENTI
Il Tavolo tecnico ha proposto soluzioni più compatibili con la tutela dell’ambiente e della salute. Pur consapevoli del ruolo marginale degli Enti Locali nel processo decisionale si ritiene opportuno individuare una serie di “punti fermi”. ltalcementi ha espresso un giudizio articolato in merito alle osservazioni presentate:Alcune osservazioni diverranno oggetto di approfondimento in sede di revisione SIA. Tra le più significative: uno studio sui sistemi di trasporto di materie prime e prodotti finiti, una più completa trattazione degli aspetti qualitativi dei rifiuti trattati e delle esperienze di coincenerimento, l’inclusione tra gli scenari di rischio delle ipotesi di ribaltamento dei mezzi conferenti rifiuti pericolosi, la normativa regionale e provinciale in corso di definizione nella gestione dei rifiuti speciali. Altre osservazioni dovranno essere oggetto di specifici approfondimenti “extra SIA”:valutazione del complesso delle emissioni dello stabilimento; approfondimenti delle tematiche ambientali/territoriali, raccordo ferroviario per la ricezione di coke e loppa al fine di diminuire i conferimenti via camion, più economici per l’azienda.Le pubbliche amministrazioni chiedono a Italcementi di presentare il piano industriale relativamente all’entità dei risparmi economici ottenibili attraverso i nuovi combustibili per permettere a livello locale una corretta valutazione delle proposte per le compensazioni rese necessarie dalle esternalità prodotte dall’azienda. Per le osservazioni relative ai processi produttivi Italcementi ribadisce :• la piena idoneità dell’impianto al trattamento dei rifiuti; • non sussistono preoccupazioni per le emissioni di microinquinanti; • gli attuali livelli emissivi non saranno alterati dalla combustione di rifiuti; la fase sperimentale da condurre sulla base di uno specifico protocollo consentirà di confermare tali previsioni.Non sono state recepite dall’azienda le osservazioni avanzate dagli Enti sui seguenti aspetti :• Viabilità – sostiene che la nuova tangenziale sud di Calusco risolverà i problemi. • Mitigazioni e compensazioni – ritiene improprio parlarne, dato che non vi sono impatti aggiuntivi. Vengono però segnalati interventi che sono stati progettati, e in parte realizzati, indipendentemente dall’iniziativa in oggetto (tangenziale sud, tunnel Colle Pedrino). • Salute pubblica – sostiene che per il CDR, l’ASL ha già espresso parere favorevole. La valutazione, per gli Enti Locali , deve essere ricondotta ad una situazione iniziale, anche se non del tutto conosciuta ed in fase di aggiornamento, includente anche l’inquinamento prodotto dai camion.
LA POSIZIONE DEL COMUNE DI VERDERIO SUPERIORE
Vi informiamo, in sintesi, circa le azioni intraprese dal Comune di Verderio Superiore:In data 27 gennaio 2005 il Consiglio Comunale ha deliberato all’unanimità (maggioranza e minoranze) di chiedere:
1. A Italcementi di sospendere l’utilizzo di combustibili non tradizionali e potenzialmente pericolosi, in attesa di ottenere le autorizzazioni già richieste agli Enti preposti; 2. Alle strutture incaricate della verifica della pericolosità e del rischio potenziale di tali pratiche, di intensificare i controlli; 3. Al Comune di Calusco d’Adda di tenere costantemente informati i Comuni interessati circa gli sviluppi della questione e di indire apposite assemblee informative aperte a tutti gli enti coinvolti.”
In data 9 aprile 2005 il Sindaco e tutti i Gruppi consiliari di Verderio Superiore hanno richiesto a Italcementi di prorogare la sospensione della sperimentazione in attesa delle conclusioni del Tavolo tecnico, condiviso dai Comuni coinvolti e gestito da Agenda 21, Isola Bergamasca . In data 23 maggio nella Consulta Urbanistica congiunta dei Comuni di Verderio Superiore e Verderio Inferiore, presenti gli assessori all’ambiente, si è valutata la risposta Italcementi che si è assunta il seguente impegno :
“ITALCEMENTI, DA SUBITO E PER INIZIATIVA VOLONTARIA, HA PRESO L’IMPEGNO DI SUBORDINARE L’INIZIO DELLA FASE SPERIMENTALE ALLA CONDIVISIONE DI UN PROTOCOLLO TRA LE PARTI SULLE MODALITA’ DI CONDIVISIONE E VALUTAZIONE DELLA SPERIMENTAZIONE STESSA”.
Nella discussione della Consulta è emersa la seguente valutazione condivisa all’unanimità, da tutti i componenti presenti:
1. si è sottolineato “l’impegno di subordinare l’inizio della fase sperimentale alla condivisione di un protocollo” 2. la possibilità di integrazione nel protocollo delle richieste tecnico-politiche, prima che avvenga la sperimentazione 3. si intende mantenere aperta la contrattazione con una risposta all’Italcementi che preveda: • assemblee pubbliche con le Amministrazioni comunali, Legambiente e Italcementi, aperte ai cittadini• disponibilità alla continuazione del tavolo tecnico che deve concludere i lavori prima della sperimentazione • miglioramento della situazione ambientale rispetto ad oggi, con eventuali interventi di mitigazione e compensazione ambientale. In data 21 giugno 2005, all’interno del percorso che ha visto 15 amministrazioni pubbliche confrontarsi in un processo decisionale aperto, si è svolto un incontro pubblico a Calusco per fare il punto della situazione e recepire le posizioni dei cittadini e delle Associazioni territoriali.Nel periodo luglio – settembre 2005 saranno approfonditi gli aspetti sanitari e territoriali.A conclusione del processo decisionale, a fine settembre 2005, le Amministrazioni Pubbliche trasmetteranno un documento condiviso con le osservazioni al SIA e le proposte definitive agli Enti preposti al rilascio delle autorizzazioni (Provincia di Bergamo, Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente).
LE CONDIZIONI DEI COMUNI
I Comuni e le Associazioni non sono ancora soddisfatti delle risposte date da Italcementi.Molto lavoro è stato fatto ma altre garanzie devono esserci fornite. Qualora si arrivi da parte degli Enti competenti alla formulazione di un giudizio positivo in merito alle proposte avanzate, riteniamo necessario ribadire i seguenti “punti fermi “ che verranno formulati nelle Conferenze di Servizio:
• Impegno di Italcementi a garantire prestazioni ambientali migliorative dell’ attuale situazione per il complesso dei contaminanti della combustione; • Definizione di protocolli per il controllo delle attività con una rete di centraline a terra ed il monitoraggio affidato ad un organismo tecnico-scientifico indipendente; • Analisi preventiva delle emissioni (punto “zero”); • Indagine sui microinquinanti e rilevazione degli stessi nel cemento; • Progressivo utilizzo di combustibile sino ad arrivare alla quota massima ipotizzata solo dopo la verifica dei risultati conseguiti in un adeguato periodo di sperimentazione.
L`Amministrazione Comunale
Articoli Correlati:
(c)www.merateonline.itIl primo giornale digitaledella provincia di Lecco
Scritto il 14/7/2005 alle 18:00

Wednesday, July 13, 2005

Inceneritore di Trezzo «Vogliamo garanzie»

CORRIERE DELLA SERA 12 07 05

Inceneritore di Trezzo «Vogliamo garanzie»


TREZZO SULL’ADDA - Un tavolo di lavoro per affrontare la «questione inceneritore». L’hanno chiesto al Comune di Trezzo sull’Adda (che ospita un termovalorizzatore in grado di smaltire 400 tonnellate al giorno di frazione secca dei rifiuti del milanese) i sindaci di tre Comuni confinanti, Vaprio d’Adda, Pozzo d’Adda e Grezzago. «Vogliamo ribadire la convinzione - spiega il sindaco di Vaprio, Roberto Orlandi - che un impianto del genere ha impatto su un’area vasta, che non è limitata ai confini di Trezzo». Insomma, i Comuni vicini vogliono dire la loro, soprattutto su una questione su cui si sta discutendo in questi giorni: la richiesta, avanzata dalla società che gestisce l’impianto, di aumentare da 400 a 500 le tonnellate smaltite ogni giorno. «Il Comune di Trezzo - spiega il sindaco di Grezzago, Gabriele Mapelli - ha coinvolto i tre paesi chiedendo un parere di giunta. Non abbiamo dato parere negativo, ma chiediamo garanzie precise». Garanzie che i tre Comuni chiedono già da anni a colpi di denunce. Finora il tribunale ha dato loro ragione: hanno ottenuto dal Tribunale civile di Milano un risarcimento di 350 mila euro (150 a Grezzago, 100 a Pozzo e altrettanti a Vaprio) in seguito a una denuncia avviata nel 2002 per segnalare un peggioramento della qualità dell’aria, legato al funzionamento dell’impianto. Denaro speso per finanziare opere pubbliche e migliorare il verde urbano. Altri due ricorsi al Tar sono invece in attesa di sentenza. Anche in questi casi sono stati chiesti risarcimenti per centinaia di migliaia di euro.

Profezia degli Indiani Cree

Profezia degli Indiani Cree

Solo dopo che l'ultimo albero sarà stato abbattuto.

Solo dopo che l'ultimo fiume sarà stato avvelenato.

Solo dopo che l'ultimo pesce sarà stato catturato.

Soltanto allora scoprirai che il denaro non si mangia.

Monday, July 11, 2005

GLI INCENERITORI PROVOCANO LA NASCITA DI BAMBINI MALFORMATI

GLI INCENERITORI PROVOCANO LA NASCITA DI BAMBINI MALFORMATI

Parigi, 21 gennaio 2003: il CNIID, Centro nazionale indipendente di informazione sui rifiuti, rivela l'esistenza di uno studio epidemiologico ufficiale che dimostra come gli inceneritori di rifiuti urbani provochino la nascita di bambini malformati. Gli autori dello studio, "Risques de malformations congénitales autour des incinérateurs d'ordures ménagères, Inserm, Institut européen des génomutations, Afssaps," realizzato nella regione Rhone Alpes (che ha come centri perincipali Lione, Nimes e Montepellier) e non ancora pubblicato, concludono che "globalmente rischi significativi per le popolazioni sono osservati per due tipi di malformazioni: leanomalie cromosomiche e le altre malformazioni maggiori". Inoltre essi hanno constatato "un rischio significativo per le fessure orali, le displasie renali, i megacolon e le anomalie urinarie". Nel periodo considerato dallo studio gli inceneritori hanno quindi provocato la nascita di un gran numero di bambini malformati.Questa una sintesi dei risultati dello studio rispetto alle malformazioni rilevate nei bambini della regione Rhone Alpe:- anomalie cromosomiche + 20% rispetto alla media nazionale- malformazioni della bocca + 29%- malformazione dell'intestino + 44%- malformazioni dei reni + 51%Secondo il direttore del CNIID gli inceneritori saranno "l'amianto del XXI secolo" anche perchè lo studio conferma altre prove scientifiche che hanno posto sotto accusa gli inceneritori di rifiuti come quelle riportate dall'"American Journal of Epidemiology" del 26 giugno 2000 sull'aumento dei tumori rilevati nei tre cantoni di Doubs, vicini all'inceneritore di Besancon (Franca Contea, regione ai confini con la Svizzera). Tratto da un comunicato stampa del CNIID, 21-23 gennaio 2003

Sunday, July 10, 2005

Le diossine sono cancerogene

DIOSSINE, AMBIENTE E SALUTE
Federico Valerio

Le diossine sono cancerogene
Nel 1976, un incidente nell’ industria chimica "ICMESA" di Seveso, rese famigliare il nome di una classe di composti chimici, fino allora sconosciuta ai non addetti ai lavori: le diossine.
Il volto deturpato dall’ acne di una bambina di Seveso fece il giro del mondo e mise tutti davanti agli effetti devastanti prodotti dall’ esposizione acuta a questi composti.
Invece, ci sono voluti venti anni per porre fine all’ accesa polemica, scoppiata subito dopo Seveso, sui danni prodotti dalle diossine, a seguito di un’ esposizione cronica, a basse dosi, quale quella prodotta dagli inceneritori di rifiuti urbani.
Nel 1997, l’ Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro pubblicava i risultati sulla valutazione della tossicità della Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (TCDD), ovvero la più pericolosa tra le circa trenta molecole appartenenti alla classe chimica denominata diossine.
Il verdetto formulato dagli esperti indipendenti dell’ Agenzia non lasciava dubbi: la TCDD è cancerogena per l’ uomo, e l’ esposizione a questo composto aumenta il rischio di particolari tumori quali i sarcomi dei tessuti molli e le leucemie.

Dosi tollerabili giornaliere
Anche a seguito di questo autorevole giudizio, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 1998, riuniva i suoi consulenti per riesaminare il valore della Dose Giornaliera Tollerabile di diossina che la stessa Organizzazione, nel 1991, aveva fissato a 10 pico grammi (pg).
I nuovi dati sulla cancerogenicità delle diossine suggerirono l’ opportunità di un ulteriore abbassamento di questo limite: tra uno e quattro pico grammi per chilogrammo di peso (pg/kg).
Questa norma significa che, giornalmente, una persona di 70 chili, può assorbire al massimo 280 picogrammi di diossine (70 kg x 4 pg/kg), mentre per un bambino di 5 chili la dose giornaliera di diossine non dovrebbe superare 20 picogrammi.
E’ utile precisare che la Dose Giornaliera Tollerabile proposta dall’ OMS, non corrisponde ad una dose sicura (rischio zero) ma è il giusto compromesso tra un rischio aggiuntivo, estremamente basso e la concentrazione "naturale" nel cibo, nell’ acqua, e nell’ aria di questi composti che si formano anche a seguito di eventi naturali quali, ad esempio gli incendi di boschi.
L’ inconsueta unità di misura , il picogrammo, richiede una spiegazione, con riferimento ad una unità di peso più famigliare, il milligrammo: un picogrammo equivale ad un miliardesimo di milligrammo.
Quantità così piccole sono giustificate dalla elevata tossicità di questi composti e dal loro comportamento, una volta immessi nell’ ambiente.

Le diossine e la catena alimentare
Le diossine sono molto stabili e si sciolgono bene nei grassi. A causa di queste caratteristiche le diossine hanno la pericolosa e subdola caratteristica di concentrarsi, anche di migliaia di volte, lungo la catena alimentare, in particolare nei cibi ad alta concentrazione di grassi ( burro, oli alimentari, latte, formaggi, carne,...)
Ad esempio, la "storia" di un po' di diossine immesse nell’ aria da un inceneritore potrebbe essere questa: le diossine, dopo essere uscite dal camino si disperdono nell’ aria e la loro concentrazione diminuisce man mano che il vento le allontana dalla sorgente. E’ comunque inevitabile che queste molecole , prima o dopo, cadano al suolo e quindi è altrettanto inevitabile che, con il tempo, la concentrazione di diossine nel terreno, sottovento all’ impianto, aumenti progressivamente, a causa della continua deposizione al suolo, giorno dopo giorno.

Diossine nel terreno e nei sedimenti
E’ stato possibile studiare l’ accumulo progressivo di diossine nel terreno analizzando un archivio di campioni di suolo raccolti, a partire dal 1856, nel Sud dell’ Inghilterra e provenienti da un campo mai adibito ad uso agricolo. Nel 1856 , in un chilo di terreno raccolto in questo campo si potevano trovare 31 nanogrammi di diossine (un nanogrammo equivale ad un milionesimo di milligrammo, mille volte più grande di un pico grammo). Nei campioni raccolti negli anni successivi le diossine aumentavano progressivamente (1.2 % all’ anno), fino a raggiungere la concentrazione massima nell’ 1986 (92 ng/kg). Pertanto, in 130 anni, la contaminazione da diossine di questo campo è aumentata del 300%, un risultato che conferma come un terreno contaminato da diossine resta tale molto a lungo, in quanto sono trascurabili fenomeni di decontaminazione naturale.
Un risultato analogo si è ottenuto analizzando i sedimenti di un lago scozzese, ( Loch Corie nan Arr) posto in zona remota. La concentrazione di diossine nei sedimenti formatisi intorno ai primi anni del 1800 era di circa 1 ng/kg. Questo valore aumentava progressivamente nel tempo, per raggiungere il valore massimo (4.3 ng/kg) tra il 1930 e il 1949. Successivamente si registrava un leggero calo e la concentrazione nei sedimenti più recenti (1970-1993) era di 3.4 ng/kg.
Questi dati, relativi alla contaminazione di terreno e di sedimenti sono stati interpretati come l’ effetto del trasporto, a lunga distanza, di diossine prodotte da attività industriali o di incenerimento.
Ovviamente, nelle zone industriali la situazione è peggiore. Ad esempio, in Germania, nel terreno raccolto nel raggio di 500 metri da un’ azienda per il recupero di metalli, la concentrazione di diossine diminuiva esponenzialmente con la distanza da questa fonte, con un valore minimo pari a 12 ng/kg e un valore massimo di 14.000 ng/kg (sic).

Diossine nell’ erba
Anche l’ erba può essere contaminata dalla diossina. Campioni d’ erba raccolti sistematicamente in Inghilterra, nello stesso campo in cui si sono analizzate le diossine nel terreno, hanno permesso di verificare che per un intero secolo, dal 1860 al 1960, la concentrazione di diossine è rimasta stabile e pari a circa 12 ng/kg. Successivamente, nei campioni d’ erba raccolti nello stesso campo, tra il 1961 ed il 1965 e in quelli tra il 1976 e il 1980, si registravano due netti aumenti della concentrazione di diossine, pari a 96 e 85 ng/kg . Questo aumento della concentrazione di diossine pari a circa sette volte rispetto al valore iniziale, era attribuito, rispettivamente, al maggior uso di pesticidi clorurati e all’ aumento della quantità di rifiuti inceneriti, fatti avvenuti in quello stesso periodo.
Anche in questo caso sottolineamo il fatto che la contaminazione misurata non è attribuibile a fatti locali, ma al trasporto degli inquinanti su lunga distanza.

Diossine nel latte
Se l’ erba contaminata è mangiata da erbivori, le diossine si trasferiscono dall’ erba ai tessuti grassi di questi animali. In questo caso lo strato adiposo funziona come "serbatoio" di diossine, da cui tali sostanze sono "prelevate" durante l’allattamento, per passare nel latte. Ovviamente questo fenomeno riguarda tutti i mammiferi.
La Tabella I sintetizza i risultati di studi condotti, all’ inizio degli anni novanta, sia sul latte di mucche tedesche che di mamme svedesi. La scelta della nazionalità di questi soggetti messi a confronto dipende solo dal fatto che in questi due paesi esistono numerosi studi sistematici di questo tipo, mentre poco o nulla ancora si sa sul latte italiano , sia quello delle nostre mucche, sia quello delle nostre mamme.


TABELLA I. DIOSSINE NEL LATTE
( picogrammi per grammo di grasso)


anno
picogrammi/gr
mucche tedesche
1993
0.7
mamme svedesi
1992
18

Come si può vedere dalla tabella, la quantità di diossine che si trova nel latte delle mamme svedesi è circa 25 volte più elevato di quello che si trova nel latte delle mucche tedesche.
Questa differenza è generalizzata: la quantità di diossine nel latte materno è sempre maggiore di quello del latte di mucca. Il motivo è che, nella catena alimentare, le mamme (e i papà) si trovano sempre ad un livello superiore alle mucche, quindi gli umani concentrano le diossine nei propri grassi a livelli maggiori di quelli che si trovano nel cibo con cui si alimentano, in particolare latticini, carne, pesce.
Peraltro, le mamme svedesi hanno valori di diossine relativamente bassi, leggermente maggiore di quelli delle mamme spagnole ed ucraine (6-11 pg/gr). Situazioni peggiori si sono trovate nelle mamme tedesche abitanti in zone industriali (41 pg/gr) e, ancor peggio, nelle mamme di New York (189 pg/gr).
Ma anche nel popolo delle mucche si registrano importanti differenze. Ad esempio, nel latte di mucche belghe allevate in pascoli lontani da fonti inquinanti si trovarono, nel 1997, concentrazioni di diossine pari a 0.6 pg/g , mentre negli allevamenti vicini a zone industriali e ad inceneritori le concentrazioni di diossine erano nettamente maggiori (1.2 - 4.5 pg/gr).

Bambini e diossine
Tuttavia, le mamme non sono l’ ultimo anello della catena alimentare a base di diossine, questo primato spetta ai loro figli. Per questo motivo si ritiene che la quantità maggiore di diossine che si assimila nel corso della vita sia proprio quella ricevuta attraverso l’ allattamento al seno materno.
Se si confrontano i dati della Tabella I con i valori massimi tollerabili fissati dall’ OMS (4 pg/kg di peso) emerge una situazione inquietante.
Un neonato di 5 chili, giornalmente dovrebbe essere esposto a non più di 20 picogrammi di diossine, ovvero la quantità contenuta in 37 millilitri di latte di mamma svedese. Naturalmente un bambino di quel peso "ciuccia" , ogni giorno , molto più latte ( 200-300 millilitri) , quindi ingerisce, in proporzione, una quantità di diossine superiore al valore massimo tollerabile.
Ovviamente l’ esposizione neonatale a diossine è da evitare. Comunque, è opinione dei ricercatori che l’ allattamento al seno, in situazioni "normali", quali quelle riscontrate in Svezia, sia sempre da preferire, per i suoi indubbi vantaggi sull’ equilibrato e sano sviluppo del neonato.
E’ evidente , comunque, che bisognerebbe fare tutto il possibile per diminuire al massimo la quantità di diossine presenti nel latte materno.

Da dove vengono le diossine
In base al più recente (1995) inventario delle emissioni di diossine, le maggiori fonti industriali di diossine in Europa , in grado di coprire il 62% delle diossine immesse in atmosfera, sono:

Inceneritori per rifiuti urbani (26%)
Fonderie (18%)
Inceneritori rifiuti ospedalieri (14%)
Attività metallurgiche diverse dal ferro (4%)

Il restante 38% è attribuito a:

Impianti riscaldamento domestico a legna (legna trattata)
incendi
traffico

La quantità di diossine emesse annualmente in Europa da queste fonti è riportata nella Tabella II. Le quantità sono espresse in grammi di diossine di tossicità equivalente.
Questo sistema di misura, tiene conto della intrinseca tossicità di ciascuna diossina, quindi permette di confrontare, in termini di tossicità equivalente, miscele di diossine di diversa composizione.

TABELLA II Quantità di diossine prodotte annualmente in Europa da diverse fonti.
(1995)

Fonte
g TEQ/anno
Inceneritori rifiuti urbani
1641
Fonderie
1125
Riscaldamento domestico a legna
945
Inceneritori rifiuti ospedalieri
816
Conservazione legno
381
Incendi
380
Produzione metalli non ferrosi
136
Trasporto veicolare non catalizzato
111


totale
5.535

Come cambia nel tempo l’ esposizione a diossine
Da quanto fin qui esposto, risulta ovvia la necessità di tenere sotto stretto controllo la presenza di diossine nell’ ambiente in generale e negli alimenti in particolare.
Solo a partire dagli anni settanta si sono rese disponibili tecniche analitiche in grado di misurare le diossine alle concentrazioni richieste dalla loro elevata tossicità e la complessità di queste tecniche ha fatto si che solo in pochi paesi siano disponibili dati accurati e sufficientemente sistematici.
Ad esempio, i dati sulla concentrazione di diossine nel latte, presentati nella Tabella I fanno parte di misure ripetute regolarmente nel tempo. Questi risultati, riportati nelle Figure 1 e 2 permettono di fare utili osservazioni.

FIGURA 1

La Figura 1 mostra come, in Svezia, le diossine nel latte materno si siano drasticamente ridotte tra il 1970 e il 1980.
Questo calo è sicuramente da attribuire a tutte le misure adottate per ridurre l’ emissione di diossine, anche a seguito del drammatico incidente di Seveso, in particolare il blocco della costruzione di inceneritori.
Rispetto al 1972 la quantità di diossine nel latte materno si è più che dimezzata, ma è rimasta sostanzialmente costante tra il 1984 ed il 1992.

FIGURA2

La Figura 2 riporta i risultati dei controlli annuali effettuati tra il 1993 e il 1998 sul latte di un allevamento di mucche tedesche che segnalano un evento inaspettato, degno di essere commentato. Nell’allevamento tenuto sotto controllo, la concentrazione di diossine nel latte, dal 1993 al 1997, rimase sostanzialmente costante ma , improvvisamente, nel corso del 1998, si registrò un brusco aumento, con un raddoppio delle concentrazioni.
La concentrazione di diossine raggiunta (1.4 pg/grammi di grasso) risultava superiore al valore guida per il controllo del latte, fissato in Germania nel 1993 e pari a 0.9 pg/gr. Per questo motivo si attivava uno studio per verificare le cause di questo fenomeno che rischiava di mettere fuori commercio il latte prodotto che, in base alla normativa tedesca non può essere utilizzato per l’ alimentazione umana se le diossine superano la concentrazione di 3 pg/gr.
L’ indagine evidenziò subito il motivo della contaminazione: l’ uso, a partire dalla fine del 1997, di bucce di limone come mangime per gli animali, provenienti dal Brasile !
Ovviamente, l’ uso di bucce di agrumi per l’ alimentazione delle mucche risultava più che lecito , (specialmente in periodi di "mucche pazze") ed era anche encomiabile l’ iniziativa di riciclare un sottoprodotto della lavorazione degli agrumi.
Purtroppo si era trascurato il piccolo particolare che gli oli della buccia del limone sono un efficiente sistema di assorbimento e concentrazione di diossine presenti, presumibilmente, o negli antiparassitari usati per il trattamento dei limoni o nelle emissioni di impianti industriali sopravvento alle coltivazioni di questi agrumi.
Insomma, gli allevatori tedeschi si sono trovati di fronte ad un inaspettato, sgradito regalo della globalizzazione del mercato e dell’ inquinamento ambientale che avrebbe inevitabilmente aumentato la dose giornaliera di consumatori e consumatrici se non fosse esistito un regolare e qualificato controllo dei prodotti.
Riteniamo che di questa esperienza si faccia tesoro per valutare l’opportunità di realizzare inceneritori o industrie inquinanti in presenza non solo di agrumeti ma anche di ulivi e di basilico, ovvero vegetali ricchi di sostanze oleose.

La situazione diossine in Europa
La tutela della salute della popolazione ha motivato, nel 1993, la scelta dell’ Unione Europea di inserire nel quinto Piano d’ Azione l’ obiettivo, entro il 2005, di ridurre del 90 % le emissioni di diossine, rispetto ai valori del 1985.
La Tabella III riporta la stima della quantità di diossine emessa pro capite in alcuni paesi europei, in base alle valutazioni effettuate per il 1985 e il 1995

TABELLA III
RIFIUTI INCENERITI (tonnellate/abitante) ED EMISSIONE PRO CAPITE DI DIOSSINE
IN EUROPA (microgrammi pro capite)


Ton incenerite/ab
1985
1995
obiett. 2005





Comunità Europea
0.11
29
13.2
2.9





Austria
0.04
35.1
15.1
3.5
Belgio
0.22
52.4
45.2
5.6
Danimarca
0.44
26.9
8.3
2.7
Francia
0.19
35.8
18.2
3.6
Germania
0.14
24.4
7.0
2.4
Inghilterra
0.06
32.8
14.8
3.3
Irlanda
0
17.5
8.5
1.8
Italia
0.03
26.9
16.8
2.7
Lussemburgo
0.40
188
75.2
18.8
Olanda
0.20
31.3
6.5
3.1
Portogallo
0
21.2
12.2
2.1
Spagna
0.02
18.2
7.4
1.8
Svezia
0.21
48.1
8.4
4.8

Fonte: OEKO- Institut

In Europa la quantità di rifiuti avviata all’ incenerimento è mediamente di 110 chili all’ anno.
Danimarca e Lussemburgo hanno indici di incenerimento nettamente superiori alla media europea (oltre a 400 chili per abitante).
Portogallo ed Irlanda non hanno inceneritori e l’ Italia si trova in coda a questa classifica (30 chili per abitante) con valori confrontabili a Spagna ed Austria.
Per quanto riguarda gli indici nazionali di emissione di diossine occorre premettere che l’ inventario delle emissioni di diossine è molto lacunoso con poche stime supportate da misure e statistiche accurate. Nonostante ciò, il quadro che emerge , in base ai dati al momento più aggiornati, è la sostanziale riduzione delle emissioni di diossine in tutti i paesi della comunità, nel decennio tra il 1985 e il 1995.
La situazione peggiore si registra nel Lussemburgo dove la quasi totalità dei rifiuti è incenerito e la posizione del Belgio , al secondo posto tra i paesi "produttori" di diossine, potrebbe non essere estranea alla crisi, scoppiata nel 1999, con i suoi polli "alla diossina".
L’ Italia , che nel 1985 si trovava in una situazione leggermente migliore rispetto alla media europea, si è vista sorpassare, dopo dieci anni, da Germania ed Olanda, paesi che da tempo hanno puntato sulla raccolta differenziata e il riciclaggio dei propri rifiuti.
Peraltro, la Tabella III mostra come siano ancora importanti gli sforzi che i diversi paesi della Comunità devono fare se vogliono veramente raggiungere gli obiettivi del quinto Piano d’ Azione.
In particolare, l’ Italia dovrebbe ridurre di sei volte le emissioni di diossine, rispetto al 1995 e la scelta di privilegiare l’ incenerimento al riciclaggio non va nella giusta direzione.
Se in Italia si passerà, dall’ attuale 16 %, ad incenerire il 65 % dei rifiuti prodotti , è inevitabile che la quantità di diossine immesso nel nostro ambiente da questa specifica fonte aumenti, nonostante il minor impatto ambientale dei nuovi inceneritori.
Inoltre, le esperienze in atto dimostrano che la politica degli inceneritori incrementa la produzione di rifiuti e ne disincentiva il riciclaggio. Il motivo è banale: i grandi investimenti necessari per la costruzione e la gestione degli inceneritori richiedono, per realizzare profitti, la costruzione di grandi impianti (più di 800 tonnellate al giorno) e l’ afflusso costante di materiale ad alto potere calorifico.

Quante diossine produce un moderno inceneritore
La Comunità Europea, al fine di contenere l’ emissione di diossina negli Stati Membri, ha fissato per le diossine un limite all’ emissioni degli inceneritori di 0.1 nanogrammo per metro cubo ( un nanogrammo è pari ad un milionesimo di milligrammo).
Questa concentrazione è nettamente inferiore a quelle riscontrabili nelle emissioni di "vecchi" inceneritori (da 10 a 100 volte), ma questi nuovi valori non sono sinonimi di sicurezza, rispecchiano solo le prestazioni possibili con questi nuovi impianti.
Come si è già visto, il pericolo delle diossine non deriva da quanto se ne respira, ma letteralmente da quanto se ne mangia.
Pertanto, una corretta valutazione dell’impatto ambientale e sanitario deve calcolare la quantità complessiva di diossine emessa nel tempo e valutarne l’ accumulo nei diversi ecosistemi ed in particolare negli alimenti. Occorre, quindi, calcolarne le concentrazioni all’equilibrio, ossia nelle condizioni in cui la quantità di diossina immessa nell’ambiente in un determinato tempo, corrisponde a quella che, nello stesso tempo, " scompare " per degradazione.
Si è già detto che le diossine sono molto stabili, in particolare nei tessuti umani le diossine hanno un’ emivita di ben sette anni. Questo significa che anche interrompendo del tutto l’assunzione di cibi contaminati , occorrono sette anni perché la concentrazione di diossine acculata nei grassi si riduca della metà.
Fatte queste considerazioni generali, calcoleremo insieme la quantità di diossine emessa giornalmente da un moderno inceneritore e cercheremo di capire se tale quantità è trascurabile o meno.
Come abbiamo detto, in ogni metro cubo di fumi emessi da un moderno inceneritore ci devono essere, al massimo 0.1 nanogrammi di diossine. Ma quanti metri di cubi di fumi emette un inceneritore? La risposta può venire dalle specifiche del progetto dell’ inceneritore di Genova che dovrebbe trattare 800 tonnellate di rifiuti al giorno che, come si è già visto, corrisponde alla capacità minima di trattamento per rendere economica l’ intera operazione. Ebbene, un inceneritore che tratta 800 tonnellate al giorno di rifiuti emette, ogni ora, dal proprio camino, 210.000 metri cubi di fumi.
Questo grande volume di fumi è inevitabile, in quanto corrisponde alla quantità d’aria che occorre immettere nelle caldaie per avere l’ossigeno sufficiente per bruciare completamente i rifiuti.
Di conseguenza, la quantità di diossine emessa, in 24 ore, da un moderno inceneritore si può così calcolare:

0.1 nanogrammi x 210.000 metri cubi x 24 ore = 504.000 nanogrammi / giorno

Sappiamo già che è meglio pesare le diossine in picogrammi, per cui, essendo un nanogrammo pari a 1000 picogrammi
504.000 nanogrammi = 504.000.000 picogrammi.
Pertanto, un moderno inceneritore da 800 tonnellate al giorno emette in atmosfera, nel pieno rispetto delle norme, 504 milioni di picogrammi di diossine, ogni 24 ore.
La Tabella che segue ci può aiutare a dare un significato a questa quantità.
Infatti, nella Tabella IV sono riportati quanti picogrammi di diossine sono stati mediamente trovati in Belgio nel pollame contaminato, la quantità massima di picogrammi a cui giornalmente un adulto di 70 chili può essere esposto in base ai parametri proposti dall’ OMS, la quantità massima di diossine ammessa in un litro di latte in base alla normativa francese ed , infine, quanti picogrammi di diossine sono immessi nell’ ambiente dai gas di scarico di un’ auto catalizzata, per ogni litro di benzina consumato.

TABELLA IV
PICOGRAMMI DI DIOSSINE IN DIVERSE SITUAZIONI

picogrammi
In un pollo "belga"
70.000
Dose massima giornaliera di un adulto
280
Dose massima in un litro di latte
175
Emissione auto catalizzata ( 1 l. benzina)
7.2
In base a questi dati, si può facilmente calcolare che la quantità di diossine prodotta giornalmente da un moderno inceneritore che rispetta i più restrittivi limiti alle emissioni, fissati dalla Comunità Europea (504 milioni di picogrammi ) equivalgono a :

7. 200 polli "belgi"
Dose massima giornaliera di 1.800.000 adulti
2.400.000 litri di latte contaminato a livelli che lo rendono non commerciabile
Emissione giornaliera di 70.000.000 di auto catalizzate dopo aver percorso ciascuna, circa 10 chilometri .
.
Quindi, le quantità di diossine emesse da un grande e moderno impianto di incenerimento possono avere effetti indesiderati se incautamente immessi nella catena alimentare.
Al contrario, le equivalenze riportate suggeriscono che la quantità di diossine emesse da un moderno parco autoveicolare (anche di dimensioni nazionali) sia trascurabile, rispetto a quella prodotta da un parco inceneritori fatto di centinaia di impianti.
Ovviamente, non tutte le diossine prodotte da un impianto di incenerimento finiscono nel latte o nei polli ma un impianto di incenerimento funziona in modo pressoché continuo per almeno venti anni, e le prospettive in Italia sono che la quantità di rifiuti inceneriti aumenti di quattro volte, rispetto alla situazione attuale (da due a otto milioni di tonnellate all’ anno) e nei cassetti degli Enti locali si trovano già i progetti per la costruzione di 173 nuovi inceneritori, anche grazie ai generosi incentivi statali per la produzione di elettricità dei rifiuti (una forma occulta di Tassa sui Rifiuti a carico della collettività ) e alle procedure semplificate per le autorizzazioni alla costruzione di questi impianti.

Gli inceneritori francesi hanno contaminato il latte
Peraltro, la possibilità che le diossine prodotte da un inceneritore possano contaminare in modo grave il latte, non è solo un evento virtuale. E’ già successo, in tempi recenti, che le ricadute di inceneritori per rifiuti urbani, accumulandosi lungo la catena alimentare abbiamo contaminato il latte prodotto nelle vicinanze.
Il fatto è accaduto in Francia, nel 1998 . Uno studio su campioni di latte raccolti in 26 diversi allevamenti evidenziava una chiara anomalia nei campioni provenienti da allevamenti, le cui mucche si alimentavano su prati posti sottovento ad un inceneritore, a circa un chilometro di distanza.
In questo latte, le concentrazioni di diossine erano maggiori di 5 picogrammi per grammo di grasso, nettamente superiori al valore massimo ammesso in Francia (1 pg/gr). A seguito di quest’ indagine l’ inceneritore incriminato (localizzato a Maubeuge, nel nord della Francia) fu, senza grande clamore, chiuso ed il latte dell’ azienda a rischio distrutto.

Il principio di precauzionalità applicato anche all’ incenerimento dei rifiuti
La direttiva CEE sugli inceneritori stima che, applicando i nuovi limiti alle emissioni, il contributo alla produzione di diossine dagli inceneritori si ridurrà’, in Europa dal 40 % allo 0.3%, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi del 5° Programma quadro. Tuttavia , come si è visto la produzione residua di diossine, quanto meno nei dintorni di ogni impianto, non potrà considerarsi trascurabile ed i fenomeni di accumulo a livello locale o per trasporto trans-frontaliero, grazie al mercato globale, come evidenziato dall’ episodio tedesco delle bucce di limone contaminate, suggeriscono di non abbassare la guardia.
A tal riguardo, è utile ricordare le raccomandazioni del Comitato per la Tossicità delle Sostanze Chimiche negli Alimenti (UK) che, nel 1995, a conclusione di una valutazione dei rischi sanitari connessi con l’ esposizione a diossine afferma:

"l’ azione più utile che può essere presa per ridurre l’ esposizione a queste sostanze indesiderabili è, per quanto possibile, identificare le maggiori fonti di diossine e prendere le appropriate misure per ridurre le emissioni a lungo termine nell’ ambiente, con lo scopo di ridurre i livelli negli alimenti e nei tessuti umani."

Questo giudizio rientra nella nuova politica di attivare misure precauzionali a tutela della salute pubblica, ovvero quella di prevenire il danno, invece di mitigarlo.
Poiché non è assolutamente obbligatorio incenerire i rifiuti urbani e questa pratica non è neanche giustificata dal punto di vista energetico ed economico, l’ applicazione del principio della precauzionalità alla gestione dei rifiuti obbligherebbe a rinunciare all’incenerimento e a puntare, in modo prioritario, sulla riduzione, il riuso e il riciclaggio dei materiali post consumo, in quanto queste pratiche inducono un impatto ambientale nettamente inferiore a quello degli inceneritori.

DUE O TRE COSE CHE SO DI LORO.

DUE O TRE COSE CHE SO DI LORO.
(I^ Parte)

Federico Valerio


Gli oggetti di questa chiacchierata sono i termovalorizzatori e le diossine, ovvero gli impianti che si vogliono imporre agli Italiani, con la scusa che risolveranno il problema dello smaltimento dei loro rifiuti e i rifiuti tossici prodotti da questi stessi impianti.
Le due o tre cose che so e che, grazie a questa chiacchierata vorrei comunicare ai lettori, sono le informazioni (spesso poco note) che dispongo su entrambi questi oggetti.
Questo privilegio mi deriva da alcune particolari circostanze: una laurea (in Chimica) ed un lavoro (responsabile del Laboratorio di Chimica Ambientale dell¹ Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova) che mi permettono l¹accesso diretto alla libera produzione scientifica internazionale.
E poiché tutto questo è stato possibile anche grazie alle tasse degli Italiani che finanziano l¹istruzione e la ricerca pubblica, mi sembra doveroso ricambiare il favore.


La pubblicita¹ ingannevole sui termovalorizzatori

Nella campagna promozionale a favore della termovalorizzazione dei rifiuti urbani, le amministrazioni pubbliche e i gestori di questi impianti, immancabilmente negano che le diossine possano essere un problema ambientale e sanitario.
E, secondo loro, se mai qualche problema ambientale e sanitario ci fosse, questo è nettamente inferiore a quelli creati da altre ineludibili tecnologie moderne come, ad esempio, l¹automobile.
Questa chiacchierata cercherà di fornire ai lettori la sintesi di documenti ed informazioni di cui sono a conoscenza, utili per comprendere che la campagna pubblicità avviata da alcuni anni è, nei fatti, ingannevole.


I pellegrinaggi del terzo millennio

A partire dagli anni 90, in Italia si è assistito a singolari nuove forme di pellegrinaggio.
Folle di amministratori pubblici, presidenti e funzionari di aziende per la gestione di rifiuti urbani, giornalisti, esperti in pubbliche relazioni, rappresentanti di comitati cittadini si sono recati in visita ai nuovi santuari della tecnologia moderna: i termovalorizzatori.
In effetti, a sentire le guide di questi pellegrinaggi, i termovalorizzatori sono dei veri e propri miracoli della tecnologia.
Questi impianti, non solo farebbero sparire i rifiuti (per un certo tempo, sono stati battezzati con il nome di termodistruttori), ma addirittura li trasformerebbero in pregiata energia elettrica. E tutto questo, con inquinamento praticamente nullo.
Lo scopo di questi pellegrinaggi è quello di vedere dal vero i miracoli che possono fare questi impianti. Ma non tutto è visibile; in particolare, quello che esce dagli alti camini, spesso disegnati da famosi designer, per sottolineare l¹attenzione dei progettisti anche agli aspetti minori dell¹impatto ambientale della loro creatura.
Pertanto, durante queste visite, oltre a vedere con i propri occhi, bisogna necessariamente fare delle domande agli esperti.
E, ogni qual volta un pellegrino chiede all¹esperto di turno (spesso lo stesso gestore del termovalorizzatore) quanta diossina esce dai suoi camini, le risposte tipo (in ordine di accuratezza) sono:

1. Il nostro impianto non emette diossina
2. Una quantità non misurabile
3. Una quantità inferiore ai limite di legge

Di solito, queste risposte tranquillizzano gli autorevoli pellegrini che, ritornati nelle loro città, si sentono autorizzati a tuonare contro gli eco-terroristi che demonizzano questi impianti con la diffusione di notizie false e tendenziose sui loro presunti pericoli per la salute pubblica.
In verità, le notizie false o tendenziose o, quantomeno volutamente reticenti, sono proprio quelle fornite dai gestori ed elencate in precedenza.
In verità, queste bugie o mezze verità sono possibili anche per l¹imprecisa formulazione della domanda, il che non è una colpa (non tutti possono avere in tasca una laurea in Chimica). Basterebbe prima informarsi e chiedere alle persone giuste!


Le domande giuste

Quelle che seguono, sono le domande giuste che, durante le visite ai termovalorizzatori, un pubblico amministratore, attento agli interessi dei propri amministrati, dovrebbe formulare:

1. Quanti picogrammi di diossine emette giornalmente il vostro impianto?
2. Questo dato è il valore medio o il valore minimo da voi misurato?
3. Quante misure di diossine effettuate annualmente?
4. In base a quale criterio sono stati fissati i limiti di legge per le emissioni di diossine?

Prima di spiegare il senso di queste domande, riteniamo doveroso segnalare la singolarità delle procedure adottate in questi pellegrinaggi che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbero fornire una corretta informazione agli amministratori che devono decidere: l¹unico interlocutore a cui si fanno domande e dal quale si ricevono le informazioni è, quasi sempre, il gestore o il progettista dell¹impianto !
Ovvero, della serie: Se vuoi sapere se il vino è buono, chiedi all¹oste. Ricordiamo che persino nei processi di santificazione c¹è sempre l¹avvocato del diavolo che cerca di smontare i miracoli del candidato santo.
Tant¹è, questo è il nostro attuale stato della partecipazione democratica alle scelte e con questa sconsolante situazione dobbiamo fare i conti.
Adesso spieghiamo per quale motivo le nostre domande sono quelle giuste. Innazitutto, avrete notato che nella prima domanda abbiamo utilizzato una singolare unità di misura per valutare la quantità di diossine emesse dal termovalorizzatore: il picogrammo (pg).
Si tratta di un¹unità di misura del peso estremamente piccola: un picogrammo equivale ad un miliardesimo di milligrammo!
In particolare, le attuali normative europee prescrivono che in ogni metro cubo di fumi emesso da un termovalorizzatore ci possano essere, al massimo, 100 picogrammi di diossine.
Se si pensa che la quantità ammessa degli altri inquinanti si misura in milligrammi (un miliardo di volte più pesante), si spiega l¹alibi mentale di chi afferma che da un moderno inceneritore, in pratica, non escono diossine: -Sono talmente poche!-
La verità è che, per misurare le diossine, dobbiamo usare un¹unità di misura così piccola, perché la tossicità di questi composti è estremamente elevata, miliardi di volte maggiore rispetto ai normali inquinanti che producono automobili, motocicli o calderine!
Anche la risposta -Le diossine non sono misurabili-, apparentemente rassicurante, si fa velo del fatto che spesso, per ridurre i costi, i laboratori di analisi fissano il livello minimo di rilevabilità del loro metodo, poco al di sotto del valore limite.
Quindi, il gestore di un termovalorizzatore può affermare che le diossine nei fumi del suo impianto, in quanto inferiori al valore minimo determinabile stabilito dal laboratorio di controllo, non sono misurabili.
Ma ciò non significa affatto che questi composti siano assenti. Proviamo a fare un esempio.


Il vero impatto ambientale di un termovalorizzatore, le cui emissioni di diossine non sono misurabili.

Ipotizziamo che il laboratorio d¹analisi che effettua i controlli dei fumi dell¹inceneritore che scegliamo per questo esempio utilizzi un metodo analitico la cui concentrazione minima determinabile di diossine sia pari a 50 picogrammi per metro cubo, la metà del valore limite.
Supponiamo anche che l¹impianto da controllare emetta 40 picogrammi di diossine per ogni metro cubo di fumi uscito dal suo camino.
Effettuato il prelievo dei fumi e la loro analisi, il laboratorio, correttamente, certifica che la concentrazione di diossine emesso da questo impianto è inferiore al valore minimo determinabile del proprio metodo d¹analisi (50 picogrammi per metro cubo).
Pertanto, l¹impianto controllato rispetta i limiti (100 pg/m3) e può continuare la propria attività.

Ma è lecito ignorare quei 40 picogrammi di diossine che l¹inceneritore emette, solo perché le analisi non permettono una loro precisa misura e perché sono rispettati i limiti di legge?

Una prima risposta a questa domanda si può fare confrontando la concentrazione di diossine nei fumi (40 pg/m3) di questo ipotetico termovalorizzatore, con quella normalmente presente nell¹aria che respiriamo (da 0.05 a 0.5 pg/m3).
Nel nostro esempio, la quantità di diossine nell¹aria emessa dal camino sarebbe da 800 a 80 volte superiore a quella presente nell¹aria che lo stesso impianto preleva dall¹ ambiente esterno per bruciare-ossidare i rifiuti.
Insomma, il nostro inceneritore, pur rispettando i limiti di legge, inquina pesantemente l¹aria che utilizza e questo inquinamento è trasferito all¹ambiente esterno.
Eventuali obiezioni che la concentrazione di diossine presenti nei fumi diminuirà nel tempo e nello spazio, per la naturale dispersione e diluizione del pennacchio di fumo sono, in questo caso, ininfluenti.

Infatti, la maggiore quantità di diossine a cui ciascuno di noi è esposto si trova nel cibo che mangiamo. La quantità di diossine assorbite per inalazione d¹aria è molte volte minore della quantità assorbite con gli alimenti.

Le diossine sono caratterizzate da una elevata stabilità chimica e da un¹alta affinità con le sostanze grasse. Grazie a queste caratteristiche, le diossine, anche se inizialmente disperse nell¹ambiente, dopo la loro emissione si concentrano lungo la catena alimentare, in particolare nel pesce, nella carne, nei latticini, nel latte, compreso quello materno.
Pertanto, le diossine che escono dall¹inceneritore si accumulano progressivamente nell¹ambiente, e primo o dopo ce le ritroviamo nei nostri cibi.
Quindi, sarebbe più corretto, ai fini della protezione della salute, che i limiti di legge riguardassero la quantità di diossine emesse nell¹ambiente in un determinato tempo (ora, giorno) e non la loro concentrazione nei fumi.
Peraltro, proprio questo è il criterio adottato, nel 1997, dalla normativa giapponese e che stabilisce che, per ogni chilo di rifiuto bruciato, il rilascio totale di diossine nell¹ ambiente non deve superare la quantità di 5.000 picogrammi.
E nel conteggio delle diossine rilasciate, bisogna contare quelle presenti nei fumi, quelle presente nelle ceneri pesanti e quelle che si trovano nelle ceneri volanti trattenute dei filtri anti inquinamento.
Nella Tabella sequente sono riportate le quantità di diossine misurate in questi diversi comparti, in un moderno termovalorizzatore da 400 tonnellate al giorno, di produzione italiana. Tanto per capirci, uno di quei gioielli della tecnica assolutamente sicuri, a detta dei gestori, in quanto dotato del più efficace e complesso sistema di trattamento fumi: filtro a manica, scrubber umido a due stadi e impianto catalittico per il trattamento degli ossidi di azoto e delle diossine.

Flusso di diossine nei residui del termo-valorizzatore


Diossine
(pg/kg MPC)
%
Scorie
7.590
72.6
Ceneri boiler
580
5.6
Ceneri filtro a maniche
1.940
18.6
Fanghi
160
1.5



Fumi


Fase gassosa
150
1.5
Fase particellata
20
0.2



Totale
10.440
100


La Tabella mostra che in questo impianto, per ogni chilogrammo di rifiuti incenerito, si producono 10.400 picogrammi di diossine.
Pertanto, in Giappone, quest¹impianto non sarebbe stato autorizzato, in quanto la quantità complessiva di diossine prodotte è più che doppia, rispetto al limite fissato dal governo nipponico.
La stessa Tabella mostra che la maggior quantità di diossine (72.6%) si trova nelle scorie, o ceneri pesanti, e nelle ceneri trattenute dal filtro a maniche (ceneri volanti).
Si vede, inoltre, che per ogni chilogrammo di rifiuti bruciato, la quantità di diossine che esce con i fumi, sotto forma di gas e di polveri è di 170 picogrammi, corrispondente alla dose tollerabile giornaliera di un adulto di 85 chili di peso.
E poiché il termovalorizzatore che stiamo esaminando, ogni giorno, brucia 400.000 chili di rifiuti, la quantità di diossine che questo impianto produce ed immette nell¹ambiente con i suoi fumi è di 68 milioni di picogrammi!
Un diverso approccio per risolvere la valutazione dell¹impatto ambientale delle diossine è quello Belga.
Per garantire il rispetto della dose tollerabile giornaliera di diossine, stabilita dall¹Organizzazione Mondiale della Sanità a tutela della salute della popolazione (2 picogrammi per ogni chilo di peso corporeo), il Belgio intende proporre una norma in base alla quale

la quantità di diossine che giornalmente si deposita su di un metro quadrato di terreno dovrebbe essere compresa tra 3,4 e 10 picogrammi.

Se la deposizione al suolo di diossine rientra in questi valori, il loro accumulo lungo la catena alimentare (ad esempio: erba, latte, formaggio) dovrebbe garantire una contaminazione del nostro cibo a livelli tollerabili, in quanto inferiori ai citati valori stabiliti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.


Quante diossine emette un inceneritore?

Ma quanti picogrammi di diossine emette giornalmente un inceneritore? Ovviamente, questa quantità dipende da quanti metri cubi di fumi emette giornalmente l¹impianto e questo volume dipende dalla quantità di rifiuti bruciati.

Più rifiuti sono bruciati, più aria è necessaria per la loro combustione completa, più fumi sono emessi dal camino.

Se la taglia del nostro inceneritore è quella tipica di un moderno termovalorizzatore (800 tonnellate di rifiuti termovalorizzati al giorno), il volume di fumi che questo impianto giornalmente immette in atmosfera è di 5.040.000 (cinque milioni quarantamila) metri cubi!
Abbiamo ipotizzato che ogni metro cubo di fumi di quest¹impianto contiene 40 picogrammi di diossine, quindi la quantità giornaliera di diossine immessa nell¹ambiente dal nostro termovalorizzatore equivale a 201.600.000 (duecento un milioni seicentomila) picogrammi.
Questo valore non è molto diverso da quello misurato realmente nel termovalorizzatore che ha fornito i dati di produzione di diossine utilizzati nella precedente Tabella. A parità di rifiuti bruciati giornalmente, la produzione di diossine di questo impianto reale sarebbe di 136.000.000 (cento trentasei milioni) di picogrammi.
Abbiamo visto che, attualmente, la dose tollerabile di diossine per un adulto di 70 chilogrammi è pari a 140 picogrammi al giorno.
Pertanto, la quantità di diossina emessa giornalmente dal nostro inceneritore virtuale (che, ricordiamo, rispetta a pieno i limiti di legge) equivale alla dose tollerabile di 1.440.000 (un milione quattrocento quarantamila) persone adulte.
E per rispettare il valore minimo di deposizione al suolo proposto dal Belgio (3.4 pg/m2) questa quantità di diossine, in assenza di altre fonti, dovrebbe essere uniformemente distribuita su circa 60.000.000 (sessanta milioni) di metri quadrati (pari a 6.000 ettari, ovvero 60 chilometri quadrati).
Come termine di paragone, ricordiamo che la quantità media di diossine che giornalmente cade su di un metro quadrato di area rurale è di 6 picogrammi e che la superfice della circoscrizione di Sestri è di 2.066 ettari.
Anche a fronte del pieno rispetto degli attuali limiti per le emissioni di diossine, questi numeri a noi suggeriscono grande prudenza nelle scelte per risolvere i problemi creati dal nostro attuale modo di produrre e smaltire rifiuti.
Al contrario, il nostro governo e quasi tutte le amministrazioni locali minimizzano il problema, invitano a continuare a consumare e a produrre rifiuti come prima e più di prima, e prevedono almeno un grande inceneritore per ognuna delle 103 province italiane.
Se queste previsioni si attueranno, la quantità di diossine che giornalmente emetterebbero i termovalorizzatori italiani potrebbe essere qualcosa come 20 miliardi di picogrammi (la dose massima tollerabile per oltre cento quaranta milioni di italiani adulti!).


Il rispetto dei limiti alle emissioni ci deve tranquillizzare?

A questo punto diventa importante rispondere correttamente alla quarta domanda:
<>
La risposta è desumibile da quanto riportato, nella Direttiva 2000/76/CE sull¹ incenerimento dei rifiuti approvata dall¹ Unione europea:

Œ¹I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l¹ambiente e i relativi rischi per la salute umana.¹¹

Questa frase è chiara e senza ombra di dubbio. A parte i cautelativi condizionali (dovrebbero), quel per quanto praticabile significa che i limiti alle emissioni hanno solo un significato tecnico: corrispondono alle concentrazioni più basse raggiungibili dalla termovalorizzazione con la migliore tecnologia al momento disponibile e, ovviamente, a costi accettabili per l¹azienda.
Siamo certi che la maggior parte dei nostri lettori hanno sentito i loro amministratori assicurare che l¹inceneritore che costoro volevano realizzare non avrebbe creato nessun problema alla salute, in quanto impianto rispettoso dei limiti di legge.
Ora dovrebbe essere chiaro a voi, come al sottoscritto, che questa affermazione è assolutamente falsa!
L¹infondatezza di questa affermazione, è testimoniata proprio dalla lunga storia degli inceneritori di rifiuti, iniziata alla fine dell¹800.
E¹ovvio che ogni tipo d¹inceneritore realizzato, d¹allora ad oggi, fosse rispettoso delle norme in vigore al momento della sua progettazione.
Ma tutte le norme ambientale, di solito, sono arretrate d¹almeno una decina d¹anni rispetto alle conoscenze scientifiche sull¹argomento. E queste conoscenze sono tutt¹altro che definitive.
E così, dopo decenni d¹uso, solo intorno agli anni 60 ci si è accorti che gli inceneritori emettono gas acidi pericolosi per la salute umana e dei vegetali. Normato e ridotto questo problema si è scoperto che gli inceneritori emettono anche metalli tossici e cancerogeni che si accumulano nell¹ambiente; poi si è scoperto che gli inceneritori erano anche la maggiore fonte di emissioni di diossine.
E mentre si cercava, con varia fortuna e costi crescenti, di ridurre l¹emissioni di metalli e diossine, l¹Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, confermava, definitivamente, l¹effetto cancerogeno di questi composti per l¹uomo.

Conseguentemente, l¹Organizzazione Mondiale della Sanità e l¹Unione Europea, riducevano la quantità di diossine fino ad allora tollerata nella dieta umana.
Invece, il limite alle emissioni di diossine negli inceneritori rimaneva, stranamente, identico a quello fissato prima del riconoscimento dell¹ effetto cancerogeno. La Tabella che segue sintetizza la sequenza temporale di questi eventi.

Cronistoria degli studi che hanno valutato gli effetti delle diossine
e norme per il contenimento di questi effetti.

1976
Incidente di SEVESO


1989
Direttiva UE per ridurre le emissioni degli inceneritori.
Diossine nei fumi: 100 pg/m3
1991
L¹ OMS fissa la dose giornaliera tollerabile di diossine a 10 pg/kg peso
1993
Il V piano d¹ azione della UE prevede di ridurre l¹emissioni di diossine del 90% entro il 2005, in tutti i paesi membri
1997
La IARC conferma che le diossine sono cancerogene per l¹uomo
1997
Il Governo Giapponese fissa i limiti di rilascio totale di diossine da inceneritori (5.000 pg/kg di materiale post consumo trattato)
1998
L¹OMS riduce la dose tollerabile giornaliera per l¹ uomo a
1 ­ 4 pg/kg peso
2000
Nuova direttiva UE su incenerimento.
Si conferma il limite alle emissioni di 100 pg/m3
2001
Strategia comunitaria sulle diossine:
la dose tollerabile giornaliera è stabilita a: 2 pg/kg peso


A pensar male, la scelta fatta dalla UE nel 2000 di confermare i limiti delle emissioni di diossine fissate nel 1989, quando ancora non era certo l¹effetto cancerogeno delle diossine, come pure il loro effetto di distruzione del sistema endocrino, nulla ha a che fare con la scienza e la tutela della salute umana.
Forse ci avviciamo di più alla verità, pensando che questa scelta sia dovuta al fatto che la maggior parte degli inceneritori realizzati tra gli anni 80 e 90 in Francia, Danimarca, Germania, Belgio (e che non hanno ancora ammortizzato i costi di investimento), non sarebbero in grado di rispettare con continuità, limiti più restrittivi.
Quanto le norme privilegino gli interessi delle imprese, piuttosto che quelli della comunità, è deducibile anche dalla singolare disposizione della normativa europea che fissa la frequenza di controlli di diossine ad un solo (sic) prelievo all¹anno!
La scusa è l¹alto costo di queste analisi. Tuttavia, è ovvio che, a fronte di un combustibile (i nostri materiali post consumo) caratterizzato da un¹estrema variabilità (umidità, potere calorifico, composizione chimica), un¹unica misura annuale non possa essere rappresentativa della quantità di diossine mediamente emessa da un termovalorizzatore.
E questo spiega i motivi per i quali sarebbe stato opportuno che, durante le visite ai termovalorizzatori, qualcuno faccia anche le domande numero 2 e numero 3.


Danni alla salute provocati dalle diossine

Per quanto riguarda i meccanismi d¹accumulo delle diossine lungo la catena alimentare, fino al latte materno, e sui rischi di cancro connessi con l¹esposizione a questi composti, rinviamo ad un nostro documento già presente in rete (http://www.village.it/italianostra/diossine.html).

Come già accennato, numerosi dati sperimentali pubblicati recentemente stanno dimostrando come l¹esposizione a diossine, oltre a diversi tumori, possa produrre altri effetti sulla salute umana, anche a dosi inferiori a quelle fino ad oggi stimate tollerabili.
La maggior parte dei nuovi effetti studiati ed attribuili all¹esposizione a diossine, riguardano la delicata sfera sessuale.

L¹aspetto più preoccupante di questi studi è che gli effetti indesiderati, prodotti dalle diossine, si verificano spesso a seguito d¹esposizione croniche di tipo non professionale e a dosi molto basse.


Effetti dell¹esposizione perinatale a diossine.

Nell¹arco della vita, la dose più elevata di diossine si assume subito dopo la nascita, con il latte materno. Si tratta d¹una informazione sconcertante che, se non deve far rinunciare ai vantaggi dell¹allattamento materno, non può essere ignorata.
Uno studio olandese, effettuato tra il 1990 e il 1992, ha voluto valutare se l¹esposizione a diossine durante la gestazione e l¹allattamento potesse avere effetti sul comportamento dei bambini.
Motivo di questo studio è che le diossine hanno anche un effetto neurotossico e possono interferire con gli effetti degli ormoni che regolano lo sviluppo sessuale.
In base alle misure di diossine effettuate su campioni di sangue delle mamme e del cordone ombelicale e nel latte materno, si sono individuati i soggetti maggiormente esposti a diossina tra 160 bambini e bambine che hanno partecipato allo studio.
L¹oggetto di studio è stato il comportamento di questi bambini durante il gioco e il risultato è stato che una maggiore esposizione a diossine durante l¹ allattamento, produce una maggiore frequenza dei giochi ³femminili², sia nei maschi che nelle femmine.


Esposizione a diossine e sviluppo puberale

Duecento adolescenti residenti in Belgio, in due zone periferiche inquinate ed in una zona rurale di controllo, hanno partecipato a questa indagine che ha controllato l¹ andamento del loro sviluppo puberale. Analisi del sangue hanno permesso di valutare l¹ entità della loro esposizione a diossine.
Nel quartiere vicino a due inceneritori, lo sviluppo puberale dei maschi è risultato statisticamente più lento. Analogo fenomeno nelle ragazze (ritardato sviluppo del seno) che abitavano questo stesso quartiere.
Il maggior rallentamento nello sviluppo puberale di maschi e femmine si è registrato nei soggetti con più alta concentrazione di diossina nel sangue.


Esposizione a diossine e sesso dei figli.

L¹esposizione a diossine di 200 lavoratori russi impiegati nella produzione di erbicidi è stata valutata, misurando la concentrazione di questi composti nel loro sangue.
La loro esposizione a diossine risultava maggiore di 30 volte rispetto al resto della popolazione non esposta professionalmente.
Nella prole dei lavoratori esposti si è constatata una prevalenza di figlie femmine rispetto ai figli maschi, significativamente diversa dal rapporto maschi/femmine nella prole di un gruppo di controllo non esposto a diossine.


I pareri della Commissione Europea sull¹incenerimento dei rifiuti.

Con riferimento a questi ed altri studi, l¹Unione Europea ha già prodotto diversi documenti sull¹ incenerimento dei rifiuti che, tuttavia i nostri governi sembrano ignorare. Riportiamo alcuni passi significativi:

Comunicazione della Commissione al Consiglio
Strategia comunitaria sulle diossine 2001/C322/02

· Sembra che le caratteristiche tossiche delle sostanze (Diossine n.d.r.) siano state sottovalutate: recenti dati epidemiologici, tossicologici e sui meccanismi biochimici, riferiti agli effetti sullo sviluppo cerebrale, sulla riproduzione e sul sistema endocrino hanno dimostrato che gli effetti delle diossine e di alcuni Policloro Bifenili (PCB) sulla salute umana sono molto più gravi di quanto precedentemente supposto, anche a dosi estremamente ridotte.

La dose giornaliera tollerabile è fissata a 2 pg/kg peso corporeo

I valori medi di diossine assunti giornalmente con la dieta, nell¹ Unione Europea, sono compresi tra 1,2 e 3 pg/kg di peso corporeo.

In una parte considerevole della popolazione europea l¹esposizione a diossine e a PCB diossino-simili supera la dose tollerabile settimanale.


Direttiva 2000/76/CE sull¹ incenerimento dei rifiuti.

Misure più restrittive dovrebbero ora essere adottate per la prevenzione e la riduzione dell¹ inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e le direttive attuali (89/369/CEE) dovrebbero pertanto essere abrogate.



Conclusioni

Se l¹esposizione a diossine presenta i problemi segnalati e può essere un reale fonte di rischio per la nostra salute anche a dosi molto basse, quale senso ha, per l¹Italia, imbarcarsi in quest¹avventura?
Non hanno insegnato nulla i disastri economici ed ambientali di Francia, Belgio e Giappone (peraltro abilmente ignorati dalla stampa nostrana) che hanno dovuto spegnere decine d¹impianti d¹incenerimento, responsabili di grave inquinamento di terreni e di alimenti e che hanno dovuto affrontare costi enormi per ammodernare centinaia di altri impianti, incapaci di rispettare limiti di emissione più restrittivi di quelli esistenti al momento della loro costruzione (anni 70- 80)?
Siamo sicuri che a fronte dei nuovi risultati sperimentali sugli effetti sanitari delle diossine non si dovranno fissare limiti ancora più restrittivi ?
Non è una fortuna per il nostro paese non avere privilegiato, fino ad oggi, l¹incenerimento per gestire i nostri rifiuti e non aver quindi vincoli occupazionali ed economici per intraprendere nuove ed innovative vie per risolvere alla radice il problema rifiuti, senza ricorrere all¹ incenerimento?

La realizzazione in Italia di un centinaio di nuovi inceneritori, anche se meno inquinanti di quelli che erano ³gioielli della tecnica² solo pochi anni or sono, inevitabilmente, aumenterebbe la quantità di diossine prodotte dal nostro paese come pure la dose giornaliera di diossine assunta dalla nostra gente attraverso gli alimenti ed il latte materno.
Questa scelta vanificherebbe i risultati ottenuti anche nel nostro paese, nella lotta contro le diossine. Infatti, in tutta Europa la chiusura di produzioni inquinanti, i miglioramenti tecnici introdotti nella produzione d¹acciaio, l¹uso esteso di marmitte catalittiche, hanno ridotto significativamente le emissioni di diossine e contemporaneamente la contaminazione dei nostri cibi.

Che senso ha aggiungere questo ulteriore rischio, quando non siamo assolutamente obbligati ad incenerire i nostri cosidetti rifiuti? (http://www.village.it/italianostra/pianorif/index.html)


Un modo per evitare di fare quest¹errore è anche quello di diffondere queste informazioni al maggior numero possibile di persone che conoscete.

Fatelo prima che, con la costruzione dei termovalorizzatori e la sottoscrizione dei contratti ventennali che fisseranno le quantità di rifiuti che i Comuni dovranno obbligatoriamente fare incenerire, non sarà più possibile tornare indietro.

E se pensate di aver bisogno di qualche spiegazione, se avete specifiche domande, non esitate, sono a vostra disposizione all¹indirizzo:
mailto:federico@village.it

Federico Valerio

Saturday, July 09, 2005

UN'EMERGENZA SOTTOVALUTATA

UN'EMERGENZA SOTTOVALUTATA
Roberto Fumagalli, ambientalista ed esponente di Rifondazione Comunista, in occasione di un convegno organizzato per sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo al problema delle immissioni nell'atmosfera di fumi nocivi e pericolosi per la salute pubblica, ha affrontato il "caso Italcementi" di Calusco d'Adda, diffondendo dati allarmanti e oltremodo inquietanti: nell'"isola bergamasca" si è registrata la più alta percentuale di casi di tumore in Italia. Una drammatica notizia che, se confermata, dovrebbe preoccupare oltre alla popolazione della zona interessata e di quelle limitrofe, tutti coloro che vogliono tutelare la pubblica incolumità, e soprattutto le forze politiche, dimostratesi negligenti o addirittura indifferenti di fronte ad una problematica di tale portata.
Il contendere riguarda, secondo l'ecologista, il cementificio di Calusco, ma anche altre realtà territoriali, e in particolare l'analogo stabilimento dove si produce cemento sito a Merone, che provoca secondo dati forniti dall'Arpa l'immissione del 36% del biossido di zolfo presente nell'aria della provincia di Como, il 25% di ossidi di azoto, e addirittura 56 tonnellate l'anno di PM10, le temibili polveri sottili. Le cifre si commentano da sole e dimostrano la pericolosità dell'"ecomostro" costruito in pochi mesi dall'Italcementi, in sfregio, secondo gli ambientalisti, ad ogni norma legislativa e di buon senso civico, provocando un impatto ambientale devastante e dall'inaudita pericolosità.Il circolo Legambiente del Meratese ha inviato una serie di osservazioni alla Regione e al ministero competente, contrarie all'utilizzo nei forni della Italcementi di tre combustibili alternativi (Ecofluid, Rasf, Cdr), denunciando l'alta densità abitativa della zona dove è installato l'impianto e il pericolo derivante da possibili malfunzionamenti o da analisi sulla qualità delle sostanze immesse nell'atmosfera poco attente o poco considerate. I responsabili del Circolo evidenziano la presenza in questa parte di regione di troppi impianti considerati a rischio, anche se il problema non va affrontato nel tentativo di spostare le produzioni da una zona all'altra del Paese, ma imponendo regole precise di garanzia sui processi produttivi e sui sistemi di antinquinamento applicati.Purtroppo, l'interesse economico nel settore dell'incenerimento dei rifiuti in genere, e di quelli provenienti dalle cementerie e da tante altre industrie con lavorazioni pericolose per l'utilizzo di sostanze nocive (il territorio ne conta moltissime) rappresenta un eccezionale business: secondo alcuni dati forniti da Alessandro Pozzi, assessore all'ambiente nel comune di Osnago, la Holcim, proprietaria dell'impianto di Merone, incasserebbe dall'utilizzo dei forni ben 53 milioni di euro l'anno, ed è chiaro quindi come si scateni la corsa nel settore per progettare nuovi impianti e aprire cantieri. Il desiderio di profitto indiscriminato, e la negligenza della politica, causano un costo sociale enorme, che lascia la popolazione indifesa e spesso inconsapevole del rischio subito quotidianamente, respirando aria pregna di residui tossici, e, proprio in conseguenza di questa situazione, diventa legittimo domandarsi come si possano autorizzare certe realizzazioni e con quali effettive garanzie.L'Italia ha vinto la battaglia contro il fumo con l'applicazione di norme severe, ma necessarie ed utili, ed ora dovrebbe essere chiamata, grazie anche al coinvolgimento plebiscitario dei cittadini, ad una battaglia ancora più importante, che non può essere delegata ad un movimento ecologista, o ad una sola parte politica.L'impegno di pochi potrebbe dimostrarsi inutile in un confronto dove gli interessi sono tanto alti, e, pertanto, diverrà indispensabile e improrogabile il coinvolgimento delle forze politiche e sociali, dei mass media, e di quanti, interessati alla tutela dell'ambiente e della salute pubblica, vorranno impegnarsi: occorrerebbe una mobilitazione simile a quella meritoria condotta dal Comitato di Salvaguardia dell'ospedale di Merate.
Dario Meschi

28/06/2005 11:28 Combustibili alternativi all'Italcementi. I residenti: più garanzie

Eco di Bergamo 28 giugno 2005

Combustibili alternativi all'Italcementi. I residenti: più garanzie



Sala civica gremita per il primo incontro tenuto dall'Amministrazione comunale di Calusco d'Adda per raccogliere pareri e confrontarsi con la popolazione prima di presentare le osservazioni agli enti preposti - ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e Regione Lombardia - per il rilascio delle autorizzazioni all'Italcementi all'uso di combustibili alternativi per l'alimentazione del nuovo forno di cottura.L'assemblea è stata anche l'occasione per illustrare i combustibili alternativi che l'Italcementi ha in progetto di utilizzare e per i quali ha già messo in atto la procedura autorizzativa. A presentare al pubblico quanto svolto dal Gruppo di lavoro regionale - promosso dal Comune di Calusco per il monitoraggio della nuova cementeria e composto da Regione, Arpa, Italcementi, Rsu del cementificio, consulenti della pubblica amministrazione e Agenda 21 Isola Bergamasca e Zingonia - sono stati Fausto Brevi e Davide Fortini di Agenda 21 e Paolo Longaretti di Legambiente. Ha aperto l'incontro Fortini, che ha parlato delle fasi del programma di lavoro del gruppo informando che tutta la documentazione si può trovare sul nuovo sito del Comune di Calusco, www.comune.calusco.bg.it.Fausto Brevi ha invece illustrato i combustibili alternativi: il Cdr, l'Ecofluid e il Rasf. Il Cdr è un combustibile derivato da rifiuti di plastica, gomma, carta, cartone e pneumatici fuori uso; l'Ecofluid è una miscela di solventi non clorurati e di residui della produzione di vernici, resine, materie plastiche; il Rasf è costituito da residui della produzione dello stirene e del fenolo. E Longaretti di Legambiente ha precisato che è fondamentale che l'Italcementi dia le informazioni più approfondite degli agenti immessi in atmosfera. Inoltre, ha evidenziato che la cementeria deve fare di più per mitigare l'impatto ambientale sul territorio, come per esempio far arrivare i nuovi combustibili per via ferroviaria così come le 50.000 tonnellate di coke usate per alimentare il forno.Il sindaco di Calusco, Rinaldo Colleoni, ha illustrato la sua linea di confronto costruttivo con l'azienda, scegliendo di coinvolgere anche i comuni limitrofi: Carvico, Medolago, Sotto il Monte, Solza, Villa d'Adda, Terno d'Isola, Suisio, Paderno, Robbiate, Merate, Cornate d'Adda, Imbersago, Verderio Inferiore e Verderio Superiore. Inoltre, ha informato che all'Italcementi è stata richiesta una centralina fissa per il controllo dell'aria.Sono intervenuti al dibattito diversi cittadini, che hanno manifestato perplessità sull'uso di questi rifiuti, chiedendo maggiori garanzie. Il sindaco ha poi informato che il lavoro degli esperti verrà inviato alle autorità che devono pronunciarsi sulle autorizzazioni all'uso dei combustibili alternativi. E dall'Italcementi fanno sapere: «Dopo aver ripetutamente dimostrato la massima considerazione per il territorio, prolungando i termini del dibattito preliminare, confermiamo la massima disponibilità a qualunque forma di ulteriore confronto e dialogo. Riteniamo che sia giunto il momento di passare l'aspetto decisionale alla Commissione ministeriale, al Gruppo di lavoro regionale, alla Regione Lombardia, alle Amministrazioni provinciali, all'Arpa e all'Asl, che sono chiamate a esprimersi autorevolmente sulla questione».

Sunday, July 03, 2005

PROPOSTE DEI CITTADINI

"IMPIANTO ITALCEMENTI DI CALUSCOPROGETTO DI COMBUSTIONE DI RIFIUTI CDR, ECOFLUID E RASF"
Calusco d’Adda 21 giugno 2005

Proposte dei cittadini intervenuti per integrare le osservazioni prodotte dal tavolo tecnico


All’incontro del 21 giugno, presso la Sala Civica del comune di Calusco d’Adda hanno presenziato numerosi cittadini, alcuni dei quali hanno chiesto di integrare con loro osservazioni e proposte il documento in elaborazione. Nel dettaglio sono intervenuti i signori: Manzoni, Bolis, Poli, Magni, Biffi, Ghisleni, Panzeri, Barbesani, Bergonzi, Gabelli, Bonagna, Locatelli, Rota, Ferri, Monsaglio, Crespi.
Queste in sintesi le loro proposte convenute, anche a fronte di alcuni primi chiarimenti offerti dai referenti del tavolo tecnico.


La percezione è quella che si stia progressivamente passando da una attività di cementificio ad una di incenerimento.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere l’inserimento di più dati in merito ai flussi dei rifiuti tali da costruire un quadro conoscitivo che supporti la necessità di avere un ulteriore inceneritore in zona

La percezione è quella di un ancor basso livelli di fiducia riponibile nell’azienda, anche a fronte di una poco lineare comunicazione della stessa verso il territorio.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere un dato della produzione complessiva annua degli inquinanti emessi e una rete di centraline sul territorio per valutare le ricadute.
Costruire nella convenzione la possibilità di limitare le produzione a fronte di superamento dei limiti come per altri settori (termoelettrico)

La percezione è che la ditta riesca sempre a trarre molto profitto dalle attività che svolge sul territorio senza che queste riescano realmente a confrontarsi con l’impatto sociale delle stesse.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere alla ditta un piano di proposte di miglioramento del territorio che riequilibri a favore delle comunità l’impatto provocato dalla stessa così da superare l’idea della sola correttezza tecnica delle procedure.

La percezione è che non ci sia coerenza tra quanto sostenuto dall’azienda e quanto vissuto dagli abitanti.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere un piano di monitoraggio del rumore per valutare quello di fondo prodotto dall’attività e determinare i migliori criteri per il posizionamento delle diverse strumentazioni di rilevazione.

La percezione è che non sia chiaro il peso del tornaconto economico dell’azienda nell’avvio di tale procedura.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere il piano finanziario dell’investimento e le convenzioni di avvio dell’impianto e su questi attivare un programma di proposte che vadano nella direzione di ridurre l’impatto visivo dell’impianto sul territorio attraverso un nuovo progetto architettonico. Ma anche rendere lo stesso più funzionale al territorio attraverso una revisione della gamma dei combustibili pensando al metano piuttosto che all’incenerimento dei rifiuti dei comuni su cui ricadono le attività della ditta.

La percezione è che il valore della salute passi sempre in secondo piano, sfruttando anche le politiche non virtuose promosse dalle istituzioni superiori in tema di rifiuti.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda di introdurre nel ciclo produttivo tecnologie realmente innovative che vadano nella direzione di contrastare con la qualità dei combustibili, esempio metano, la deriva prospettata dall’incenerimento dei rifiuti.

La percezione è che ci sia un danno pregresso causato dall’attività della cementeria che deve essere introdotto nel ragionamento.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda di sviluppare una comunicazione con il territorio per dire con chiarezza l’indirizzo delle politiche per i prossimi anni, in particolare quelle relative al piano di uso dei combustibili, e per costruire un programma di risarcimento dello stesso per le trasformazioni irreversibili a cui è stato sottoposto.

La percezione è che manchi un piano di informazioni sulla fisiologie e sulla patologia del processo produttivo.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda la definizione di uno strumento facilmente comprensibile che delinei le sequenze degli accadimenti negativi, le ricadute degli stessi e le modalità di intervento e che dia, attraverso indicatori numerici, un livello teorico di accettabilità del rischio sul modello EFMEA

La percezione è che ci sia poca chiarezza rispetto al reale impatto dell’impianto e dell’inquinamento indoor del cemento così prodotto una volta immesso nel ciclo edilizio e dei suoi effetti sulla salute.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda un piano per l’eliminazione complessiva delle sostanze emesse dall’impianto, a partire dalla polvere e un programma di monitoraggio sanitario complessivo.

La percezione è che gli impatti dell’azienda possano essere estesi ad un pubblico più esteso di abitanti.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda di evidenziare l’impatto di tale attività sulla fauna e sulla flora oltre che sui sistemi ambientali quali le falde sotterranee e di evidenziare le possibilità di risarcimento per malattie causate in modo diretto dall’attività produttiva.

La percezione è che i rischi si possano riscontrare nel programma di manutenzione dell’impianto.
A fronte di ciò la proposta è: richiedere all’azienda di trasmettere al tavolo tecnico il piano di manutenzione e di conoscere le esposizioni a cui saranno sottoposti i lavoratori oltre a rendere accessibili i verbali delle visite ispettive dell’ente certificatore per avere garanzia dell’avvenuta manutenzione dell’impianto.

Più in generale è emersa la richiesta verso le singole amministrazioni comunali di replicare forme di incontro pubblico come quello da cui sono state tratte le osservazioni qui riportate. E’ stato condiviso che il presente documento possa essere occasione per divulgare presso la popolazione una serie di sollecitazioni che siano la base dei futuri confronti.
In questo caso si rimandano i cittadini interessati a consultare il sito
www.comune.calusco.bg.it
Ove sarà possibile trovare traccia di tutti i documenti sino ad ora elaborati.

Friday, July 01, 2005

RISCHI E DANNI PER LA SALUTE NELLE AREE METROPOLITANE, AEROPORTI - AUTOSTRADE DISCARICHE INCENERITORI

RISCHI E DANNI PER LA SALUTE NELLE AREE METROPOLITANE, AEROPORTI - AUTOSTRADE DISCARICHE INCENERITORI
Caldiroli Marco, Centro per la Salute "Giulio A. Maccacaro" , Castellanza (VA)
Premessa
La materia dell’impatto ambientale di opere (siano essi aeroporti, autostrade, ferrovie, impianti di smaltimento di rifiuti) nonostante il tempo trascorso dalla prima direttiva europea è ancora tutto da costruire o, meglio, da far uscire, per usare le parole di Virginio Bettini dall’essere usata come "procedura sequenziale di pseduconcetti, artefatto convenzionale destinato alla giustificazione di ogni iniziativa tecnologica. La VIA come specchio della corretta tecnologia, della <> nell’ovvio quadro dei falsi concetti legati allo <> " (V. Bettini et al,Ecologia dell’impatto ambientale, 2000). La spinta attuale è verso una "VIA semplificata" ha lo stesso segno della politica sui rifiuti nel nostro paese : l’ex Ministro Edo Ronchi escluse, alla fine del 1999, esplicitamente dalle "procedure di compatibilità ambientale" a livello regionale, gli impianti di incenerimento purchè fossero tra quelli per i quali sono previste le "procedure semplificate", tra questi i cosiddetti "impianti di recupero energetico" alimentati a CDR, una applicazione distorta e solitaria - della direttiva europea sui rifiuti.
Il testo che ho citato tra gli altri ricostruisce la storia delle tecniche di VIA e le fasi della VIA stesso insistendo sia sul ruolo di una impostazione preliminare e aperta degli studi necessari (fase di screening) e sulla definizione della rilevanza degli impatti (fase di scoping) che sul ruolo che ha l’informazione, la partecipazione e il parere della popolazione interessata. O la VIA è una forma di democrazia, di autogoverno del territorio, o è solo uno scocciante passaggio burocratico in più che non è in grado di mettere in discussione nulla.
Non è inutile ricordare qui l'importanza di una corretta Valutazione di Impatto Ambientale quale strumento di intervento, a monte della definizione di progetti e di scelte, in grado di ridiscutere le scelte di pianificazione economica, ovvero la necessità che la V.I.A sia distinta ma interrelata con i processi di elaborazione, valutazione e decisione non limitata al singolo impianto ma ai diversi scenari alternativi possibili. In tal senso la V.I.A. si configura quale strumento di acquisizione di informazioni sulle possibili interazioni qualitative e quantitative tra le diverse soluzioni proposte e l'ambiente e come strumento per individuare le possibili alternative progettuali, localizzative e di pianificazione ( in tal senso non può venir considerato, come spesso fanno gli estensori di piani locali di organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti come di un dato immodificabile e solo da attuare con gli impianti ivi previsti).
Nel campo dei rifiuti va evitata in particolare una visione del problema come a sè stante e non come parte di processi produttivi e di consumo su cui è possibile intervenire. Se l'obiettivo è quello di prevenire un impatto e non di dimostrare che un determinato impianto ha un impatto più o meno ambientalmente e socialmente "accettabile", la considerazione dei rifiuti va svolta a partire dal considerarli come parte del flusso di energia e materia nel ciclo complessivo di uso e di trasformazione delle risorse .
Tale considerazione esclude in partenza ogni obiettivo predefinito fondato sostanzialmente su una unica, e rigida, opzione tecnologica quale è l'incenerimento.
Non è inutile ricordare che la V.I.A. è uno strumento di partecipazione pubblica per aprire al confronto tutte le parti sociali coinvolte con i processi decisionali riguardanti le risposte da dare ai problemi esistenti. Non va considerata come la soluzione ai conflitti che emergono a livello sociale ma rende esplicite le conseguenze di modelli d'uso delle risorse alternativi mettendone in evidenza gli effetti globali sull'ambiente, proprio per questo è decisivo il ruolo del pubblico nella procedura complessiva di V.I.A. .
In questo ambito si rammenta il un ruolo particolare :
· della cosiddetta Valutazione Ambientale Strategica (VAS) ovvero l’adattamento della procedura di VIA alla valutazione delle conseguenze ambientali di politiche economiche-territoriali, di piani e di programma (distinguendo in VAS settoriale es. un piano di smaltimento rifiuti locale - , VAS regionale o di area vasta, cioè in grado di considerare tutte le attività di una determinata zona; VAS indiretta, non legata a progetti specifici ma a piani e programmi di diverso genere come anche le politiche fiscali o le privatizzazioni); sulla VAS un primo passo normativo è stato fatto con l’emanazione della Direttiva 2001/42/CE del 27 giugno 2001 concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente.
· La valutazione degli impatti cumulativi ovvero "l’impatto sull’ambiente conseguente all’aumento di impatto del progetto quando si somma ad altri impatti passati, presenti o ragionevolmente prevedibili in futuro", l’inserimento di un’opera con un proprio impatto ambientale può comportare effetti ben superiori a quelli diretti dovuti alla combinazione di stress esistenti e degli effetti secondari individuali di una serie di azioni nel tempo (come inserire un determinato impianto in un’area già "satura" di opere). Possono sono essere impatti dello stesso genere (più progetti dello stesso tipo) o eterogenei, possono comportare un impatto additivo o incrementale, piuttosto che sinergico o anche "agnostici", senza modifica o anche con una riduzione degli impatti. Relativamente ad opere che hanno riflessi sulla qualità di specifiche matrici ambientali i casi sono quasi esclusivamente additivi o sinergici, quando questi hanno diretti impatti sanitari su una collettività vasta, l’effetto sinergico è altamente probabile. Per quanto concerne questi aspetti le metodologie di valutazione sono tra quelle più recenti (l’EPA, nel 1999, ha prodotto una analisi di tali metodi), complesse, ma anche che possono dare risultati importanti ad una popolazione per la conoscenza del proprio territorio e dei rischi presenti nonché per poter inquadrare anche una singola proposta nel reale contesto territoriale.

1. Impatto specifico dei processi di incenerimento dei rifiuti
In estrema sintesi i principali impatti sull’ambiente e sulla salute sono connessi alle emissioni dal camino dell’impianto e alla produzione e gestione dei residui solidi (ceneri leggere, ceneri pesanti, scorie, altri residui dai processi di abbattimento) derivanti dai processi di combustione dei rifiuti.
Per quanto concerne le emissioni, le caratteristiche eterogenee delle matrici (rifiuti) combusti sono tali che i processi di combustione generano numerose sostanze pericolose trascinate con i fumi che solo in parte possono essere "ottimizzate" (ridotte) dalla cura posta nella gestione dei principali parametri di combustione (modalità di immissione delle matrici nella caldaia, tempi di residenza a contatto con la fiamma, modalità di invio dell’aria comburente, controllo e intervento sulle temperature dei fumi nelle diverse sezioni dell’impianto, modalità del recupero del calore per la produzione di energia, esistenza e gestione del postcombustore, etc) e dall’efficacia della captazione delle sostanze tossiche contenute nei fumi dai sistemi di abbattimento prima dell’emissione all’atmosfera.
Non va taciuto che i sistemi di abbattimento operano una traslazione dei tossici dalla fase aeriforme ad una solida e/o liquida, in altri termini una maggiore efficacia nella captazione dei tossici ha come contraltare una maggiore produzione ed una maggiore tossicità dei residui solidi.
La peculiarità degli impianti di incenerimento è connessa alla eterogeneità del "combustibile"/rifiuto utilizzato (solo in parte riducibile con l’alimentazione di rifiuti selezionati e/o del cosiddetto CDR) e sono tali che, nella caldaia, si vengono a creare delle condizioni per le quali sono originate innumerevoli e incontrollabili reazioni chimiche dai risultati altrettanto innumerevoli e solo in parte prevedibili.
A conferma di quanto detto sopra si mostra una tabella in cui sono riportate le "principali" sostanze chimiche "testate" in impianti di incenerimento.


TABELLA 1 SOSTANZE ORGANICHE IDENTIFICATE NELLE EMISSIONI DI INCENERITORI DI RIFIUTI URBANI

pentane
trichlorofluoromethane
acetonitrile
acetone
iodomethane
dichloromethane
2-methyl-2-propanol
2-methylpentane
chloroform
ethyl acetate
2,2-dimethyl-3-pentanol
cyclohexane
benzene
2-methylhexane
3-methylhexane
1,3-dimethylcyclopentane
1,2-dimethylcyclopentane
trichloroethene
heptane
methylcyclohexane
ethylcyclopentane
2-hexanone
toluene
1,2-dimethylcyclohexane
2-methylpropyl acetate
3-methyleneheptane
paraldehyde
octane
tetrachloroethylene
butanoic acid ethyl ester
butyl acetate
ethylcyclohexane
2-methyloctane
dimethyldioxane
2-furanecarboxaldehyde
chlorobenzene
methyl hexanol
trimethylcyclohexane
ethyl
benzene
formic acid
xylene
acetic acid
aliphatic carbonyl
ethylmethylcyclohexane
2-heptanone
2-butoxyethanol
nonane
isopropyl benzene
propylcyclohexane
dimethyloctane
pentanecarboxylic acid
propyl benzene
benzaldehyde
5-methyl-2-furane carboxaldehyde
1-ethyl-2-methylbenzene
1,3,5-trimethylbenzene
trimethylbenzene
benzonitrile
methylpropylcyclohexane
2-chlorophenol
1,2,4-trimethylbenzene
phenol
1,3-dichlorobenzene
1,4-dichlorobenzene
decane
hexanecarboxylic acid
1-ethyl-4-methylbenzene
2-methylisopropylbenzene
benzyl alcohol
trimethylbenzene
1-methyl-3-propylbenzene
2-ethyl-1,4-dimethylbenzene
2-methylbenzaldehyde
1-methyl-2-propylbenzene
methyl decane
4-methylbenzaldehyde
1-ethyl-3,5-dimethylbenzene
1-methyl-(1-pro-penyl)benzene
bromochlorobenzene
4-methylphenol
benzoic acid methyl ester
2-chloro-6-methylphenol
ethyldimethylbenzene
undecane
heptanecarboxylic acid
1-(chloromethyl)-4-methylbenzene
1,3-diethylbenzene
1,2,3-trichlorobenzene
4-methylbenzyl
alcohol
ethylhex anoic acid
ethyl benzaldehyde
2,4-dichlorophenol
1,2,4-trichlorobenzene
naphthalene
cyclopentasiloxanedecamethyl
methyl acetophenone
ethanol-1-(2-butoxyethoxy)
4-chlorophenol
benzothiazole
benzoic acid
octanoic acid
2-bromo-4-chlorophenol
1,2,5-trichlorobenzene
dodecane
bromochlorophenol
2,4-dichloro-6-methylphenol
dichloromethylphenol
hydroxybenzonitrile
tetrachlorobenzene
methylbenzoic acid
trichlorophenol
2-(hydroxymethyl)benzoic acid
2-ethylnaphthalene-1,2,3,4-tetrahydro 2,4,6-trichlorophenol
4-ethylacetophenone
2,3,5-trichlorophenol
4-chlorobenzoic acid
2,3,4-trichlorophenol
1,2,3,5-tetrachlorobenzene
1,1'biphenyl (2-ethenyl-naphthalene)
3,4,5-trichlorophenol
chlorobenzoic acid
2-hydroxy-3,5-dichlorobenzaldehyde
2-methylbiphenyl
2-nitrostyrene(2-nitroethenylbenzene)
decanecarboxylic acid
hydroxymethoxybenzaldehyde
hydroxychloroacetophenone
ethylbenzoic acid
2,6-dichloro-4-nitrophenol
sulphonic acid
m.w.192
4-bromo-2,5-dichlorophenol
2-ethylbiphenyl
bromodichlorophenol
1(3H)-isobenzofuranone-5-methyl
dimethylphthalate
2,6-di-tertiary-butyl-p-benzoquinone
3,4,6-trichloro-1-methyl-phenol
2-tertiary-butyl-4-methoxyphenol
2,2'-dimethylbiphenyl
2,3'-dimethylbiphenyl
pentachlorobenzene
bibenzyl
2,4'-dimethylbiphenyl
1-methyl-2-phenylmethylbenzene
benzoic acid phenyl ester
2,3,4,6-tetrachlorophenol
tetrachlorobenzofurane
fluorene
phthalic ester
dodecanecarboxylic acid
3,3'-dimethylbiphenyl
3,4'-dimethylbiphenyl
hexadecane
benzophenone
tridecanoic acid
hexachlorobenzene
heptadecane
fluorenone
dibenzothiophene
pentachlorophenol
sulphonic acid m.w.224
phenanthrene
tetradecanecarboxylic acid
octadecane
phthelic ester
tetradecanoic acid isopropyl ester
caffeine
12-methyltetradecacarboxylic acid
pentadecacarboxylic acid
methylphenanthrene
nonedecane
9-hexadecene carboxylic acid
anthraquinone
dibutylphthalate
hexadecanoic acid
eicosane
methylhexadecanoic acid
fluoroanthene
pentachlorobiphenyl
heptadecanecarboxylic acid
octadecadienal
pentachlorobiphenyl
aliphatic amide
octadecanecarboxylic acid
hexadecane amide
docosane
hexachlorobiphenyl
benzylbutylphthalate
aliphatic amide
diisooctylphthalate
hexadecanoic acid hexadecyl ester
cholesterol.


Fonte: Jay K.and Stieglitz L.(1995).Identification and quantification of volatile organic components in emissions of waste incineration plants.Chemosphere 30 (7):1249-1260.
Un aspetto da considerare nella valutazione delle emissione di un impianto di incenerimento (come in altri impianti di combustione) sono i cosiddetti "transitori" cioè le fasi di avvio e/o di spegnimento o quelle in cui per diversi motivi - si verificano condizioni anomale (condizioni frequenti negli inceneritori di rifiuti). In queste condizioni le emissioni possono modificarsi in modo considerevole, a partire per fare un esempio delle situazioni "favorevoli" alla formazione di precursori cloroorganici in grado di incrementare la formazione delle sostanze a maggiore pericolosità (PCDD/PCDF, PCB, PCDB etc).
La normativa sui limiti alle emissioni è sostanzialmente fondata su valori medi su dati periodi temporali (giornalieri, orari, annuali) tali da "nascondere" il verificarsi di situazioni che comportano elevate emissioni per periodi di tempo "limitati" (la stessa normativa permette il superamento dei limiti medi indicando la massima escursione permessa e il tempo massimo in cui può verificarsi senza comportare l’attivazione di limitazioni o la fermata - al funzionamento dell’impianto.
Questo aspetto è importante, ai fini dell’impatto ambientale e sanitario, in quanto l’esposizione reale delle popolazioni a rischio può variare nel tempo ovvero le persone possono essere esposte a "picchi" di esposizione che hanno, a seconda della sostanza, significatività sugli effetti sulla salute pubblica.
Nella tabella che segue si riportano alcuni dati in proposito alle condizioni "transitorie" che si possono verificare e alle conseguenze, in termini di emissioni, delle stesse.

Tabella 2. Condizioni di funzionamento normali e sfavorevoli nella camera di combustione di un inceneritore per rifiuti

Condizioni operative
Ossido di carbonio
mg/mc
Anidride carbonica
% volume
Temperatura

° C
PCDD/PCDF

nanogr/mc
Clorobenzeni

microgr/mc
Clorofenoli

microgr/mc
Normali
230
8,53
978
42
0,2
1,2
Transitorie
340-1.000
6,80
790-870
1.860
17,0
114,0

Fonte:
G. Boeri, E. Barni "Impatto ambientale degli impianti" in L'incenerimento dei rifiuti, Atti del Convegno Nazionale, Bologna 16-17/3/1995, Maggioli Editore, 1996, p. 137.
Un altro aspetto fondamentale per valutare l’impatto sanitario delle emissioni è costituito dalla grandezza del particolato. E’ immediatamente comprensibile che minori sono le dimensioni delle polveri più esse hanno probabilità di sfuggire ai sistemi di abbattimento e di essere emesse all’atmosfera, costituendo una particolare e grave fonte di esposizione per l’uomo in quanto, una volta inspirati si installano nelle zone più profonde dei bronchi, a diretto contatto con i sistemi di scambio dell’ossigeno col sangue (in particolare hanno tale proprietà le polveri di dimensioni inferiori a 2,5 micron, le PM2,5; in Lombardia costituiscono circa il 46 % del totale).
Pertanto i metalli o le altre sostanze trascinate (adsorbite) dalle polveri possono venir cedute nel tempo al sangue (non è un caso che la normativa sull’inquinamento atmosferico e la qualità dell’aria da alcuni anni ha introdotto il parametro delle "PM10" ovvero le polveri di dimensioni inferiori ai 10 micron di diametro, e che il superamento dei limiti di questo parametro è quello che più frequentemente ha fatto "scattare" gli obblighi previsti per la limitazione della circolazione delle auto e/o del funzionamento degli impianti di combustione nelle "aree omogenee" dei maggiori agglomerati urbani).
Sono stati stimati degli indici di effetto sanitario in funzione della grandezza delle particelle aerodisperse e alla grandezze delle stesse. Ovviamente tali effetti sono relativi a tutte le fonti emissive, comprensive quindi dell’effetto cumulativo che una sorgente puntuale (inceneritore o altro impianto industriale) può produrre unitamente a fonti "mobili" come il traffico stradale o la ricaduta delle emissioni provocate da aeromobili.
Figura 1. Incremento della mortalità relativo alle concentrazioni di PM10 nell’aria
La relazione rappresentata nella figura 1 tra concentrazione di PM10 nell’aria e mortalità è stata proposta dall’OMS, precauzionalmente l’incremento viene escluso per valori giornalieri inferiori a 20 microg/mc (a Milano i giorni con media al di sotto di quest’ultimo valore, nel 1999, sono stati solo 30).
In sintesi, viene ipotizzato per ogni incremento unitario (in microgr/mc) giornaliero di PM10 un aumento della mortalità dello stesso giorno pari allo 0,07 %. Questa relazione, applicata ai livelli giornalieri di concentrazione di PM10 verificatisi a Milano nel 1999 e alla mortalità nello stesso anno di residenti a Milano, comporterebbe che nei giorni con livelli superiori a 100 microgr/mc (24 giorni nel 1999) si è avuto un eccesso di mortalità dovuto alle PM10 di più di un decesso al giorno rispetto ai giorni che hanno presentato un valore di PM10 pari alla media annuale di Milano sempre del 1999 ovvero 47 microg/mc la soglia di attenzione per le PM10 è attualmente fissata dalla normativa italiana nella media delle concentrazioni pari a 40 microg/mc, mentre la soglia di allarme è posta a 60 microg/mc). (V. "Salute e ambiente in Lombardia", Regione Lombardia, settembre 2000).
Analoghe correlazioni sono indicate dall’OMS per quanto concerne l’incremento dei ricoveri ospedalieri (+ 0,84 % per ogni incremento di 10 microg/mc di PM10) e di variazioni sullo stato di salute generale della popolazione (affezioni di vario genere alle vie respiratorie). Negli USA l’esposizione di lungo termine a livelli di PM10 superiori a 50 microg/mc è stata associata ad un aumento del rischio di contrarre tumori ai polmoni paragonabile a quello associato al fumo di sigaretta (aumento di 5 volte nei maschi e di 1,2 volte nelle femmine).
Questi rischi sono ancora più elevati per i bambini.
Un altro fatto che emerge dai diversi studi (non solo per le PM10) è che non è possibile definire una soglia di concentrazione delle PM10 al di sotto della quale vi sia un effetto nullo sulla salute.
Va segnalato che le polveri di dimensioni più fini sono anche quelle in cui vi è una maggiore concentrazione di tossici, come metalli, in funzione delle caratteristiche chimiche degli stessi, idrocarburi policiclici aromatici, a tale proposito si vedano le tabelle che segue (vi sono anche inquinanti "emergenti", come il platino per le emissioni dalle auto catalizzate) .

Tabella 3a. Distribuzione dei metalli pesanti in funzione della granulometria del particolato volatile in sospensione nei fumi (valori in microgr/Nmc)

Granulometria
Cadmio
Zinco
Piombo
Antimonio
Cromo
Arsenico
> 10,50 micron
0,41- 4,0
31,2-372,0
25,5-136,0
0,31-0,36
9,6
1,00
< 0,56 micron

6,13-23,0
321,0-967,0
315,0-392,0
2,26-4,50
1,7
0,18

Tabella 3b. Distribuzione percentuale dei metalli pesanti in funzione della granulometria del particolato totale sospeso - PTS (valori in microgr/Nmc)

Granulometria
Cadmio
Zinco
Piombo
Antimonio
> 10,50 micron
3,8-8,4 %
4,9 - 16 %
4,1 - 13,5 %
3,3 - 6,1 %
< 0,56 micron

47,0-56,8 %
42,1-51,30 %
38,9 - 51,1 %
38,2-47,8 %
Fonti delle ultime due tabelle : A.Donati, M. Gallorini, L.Morselli "I metalli pesanti nel ciclo dell'incenerimento dei RSU" in L'incenerimento dei rifiuti, Atti del Convegno Nazionale, Bologna 16-17/3/1995, Maggioli Editore, 1996, p. 312.
L’emissione complessiva mondiale stimata di metalli pesanti dagli impianti di incenerimento dei rifiuti viene mostrata nella tabella che segue unitamente al peso percentuale di tali emissioni sul totale delle emissioni dei metalli dalle diverse fonti.
L’apporto degli impianti di incenerimento alle emissioni complessive di sostanze come Piombo, Cadmio, Cromo, Arsenico per citare sostanze con note proprietà cancerogene sono certamente significative e costituiscono tra le diverse motivazioni un importante motivo di contrarietà, sotto il profilo ambientale, alla realizzazione di nuovi impianti di incenerimento.
Non va taciuto che, in relazione alle proprietà fisico-chimiche dei singoli metalli, negli impianti di combustione che non sono in grado di "distruggere" nessuna delle sostanze che vengono immesse con le matrici ma solo di trasformarle in altre sostanze, nella maggior parte dei casi di maggiore tossicità rispetto a quelle alimentate avviene una "ripartizione" degli stessi tra le emissioni ed i residui solidi.
E’ altresì da ricordare che il sistema più sicuro per ridurre o, meglio, eliminare tali emissioni è costituito dal non bruciare rifiuti che li contengono ovvero di non produrre merci che una volta divenute rifiuti finiscono direttamente o indirettamente nelle diverse matrici ambientali. Tenuto conto che la maggior parte dei metalli sono contenuti nei rifiuti urbani sotto forma di cariche e/o coloranti per materie plastiche (PVC rigido ma non solo), si ricorda che l’Unione Europea recentemente ha deciso di rinviare l’attuazione della "direttiva imballaggi" di diversi anni per la parte concernente la riduzione dei contenuti di metalli negli imballaggi.
Tabella 4. Emissioni annuali, nel mondo, di metalli da impianti di incenerimento e contributo percentuale sul totale delle emissioni
Metallo
Emissioni da inceneritori (t/anno)
Percentuale del contributo degli inceneritori sul totale delle emissioni
Antimonio
670
19.0
Arsenico
310
3.0
Cadmio
750
9.0
Cromo
840
2.0
Rame
1.580
4.0
Piombo
2.370
20.7
Manganese
8.260
21.0
Mercurio
1.160
32.0
Nickel
350
0.6
Selenio
110
11.0
Stagno
810
15.0
Vanadio
1.150
1.0
Zinco
5.900
4.0


Per quanto concerne i microinquinanti organici ed in particolare quelli di maggiore tossicità, i cloroorganici tra cui PCDD,PCDF e PCB si rammentano brevemente i meccanismi di formazione nei processi di combustione.
Circa la formazione delle PCDD e dei PCDF nei processi di combustione, sono state fatte le seguenti ipotesi:
a) - tali composti sono presenti in tracce nei rifiuti e non completamente "distrutti";
b) - le due classi di composti si formano da precursori organici clorurati come, per esempio, i policlorobenzeni, i policlorofenoli, i PVC, durante la combustione;
c) - la presenza di PCDD e PCDF è dovuta ad una serie di reazioni termiche fra precursori non clorurati e composti inorganici clorurati;
d) - a causa della natura eterogenea dei rifiuti, sopravvivono alla combustione specie cloroorganiche che possono originare PCDD e PCDF;
e) - sono possibili reazioni in fase non gassosa o reazioni bifase (gassosa/non gassosa) che contribuiscono alla formazione delle PCDD e dei PCDF.
In letteratura sono riportati molteplici lavori relativi alla formazione delle diossine e dei furani. Per esempio, è stato ripetutamente dimostrato con esperimenti di laboratorio che le PCDD si formano bruciando i clorofenoli a diverse temperature e a diverse condizioni operative .
Da un punto di vista generale, va poi sottolineato che lo studio dei meccanismi di formazione delle PCDD e dei PCDF oltre ad un interesse teorico ha anche ricadute pratiche. Infatti, la conoscenza di tali meccanismi consente, da una parte di individuare le molteplici fonti che originano tali pericolosissimi tossici per la donna, l'uomo, gli altri organismi viventi e l'ambiente nella sua globalità, dall'altra di attivare rigorosi ed efficaci interventi preventivi tesi ad azzerare la produzione di tali contaminanti.
Fra i meccanismi di formazione delle PCDD e dei PCDF negli impianti di incenerimento o di termodistruzione che dir si voglia, è pacificamente accettato dai ricercatori quello costituito da precursori quali i clorofenoli e i clorobenzeni, che si formano per via radicalica ad alta temperatura nella camera di combustione e, con successive reazioni di condensazione, che possono avvenire in fase omogenea e danno luogo, appunto, alla formazione delle PCDD e dei PCDF.
In questa sede, senza entrare nel chimismo di tali reazioni, ci limitiamo a ricordare che le reazioni di condensazione possono decorrere anche sfruttando la presenza di particelle solide disperse nel gas (fly-ash), sulla cui superficie i clorofenoli e i clorobenzeni vengono adsorbiti nelle zone di post-combustione a più bassa temperatura.
Un secondo meccanismo pacificamente accettato dai ricercatori è rappresentato dalla cosiddetta "de-novo sintesi" in cui sono coinvolte le fly-ash. Le particelle carboniose reagiscono con ossigeno e cloro formando una grande varietà di composti clorurati tra i quali le PCDD e i PCDF, grazie anche al ruolo catalitico svolto da alcuni ioni metallici presenti su di esse, in particolare il rame (la cui concentrazione "permessa" nel caso del CDR è elevata). I due meccanismi anzidetti, possono avvenire contemporaneamente; allo stato, la letteratura non chiarisce l'importanza dei processi in fase omogenea rispetto a quelli in fase eterogenea.
In proposito va ancora segnalato che la formazione delle PCDD e dei PCDF non avviene solo nelle zone "fredde" dell'impianto (zone di temperatura comprese tra 200 400 °C), dopo la camera di combustione, come per esempio, negli elettrofiltri, ma anche in intervalli di temperatura di 500 ¸ 650 °C come evidenziato da recenti ricerche.
In questo caso sono messi sotto accusa gli scambiatori di calore per il raffreddamento dei fumi con i relativi recuperi energetici.
Ritornando ai clorofenoli, come abbiamo già detto, nota classe di precursori delle PCDD e dei PCDF, va pure evidenziato che essi possono formarsi dai clorobenzeni attraverso trasformazioni chimiche.
Alcuni ricercatori hanno effettuato esperimenti allo scopo di mettere in evidenza il diverso ruolo dei clorobenzeni e dei clorofenoli nella formazione delle PCDD e dei PCDF.
Le ricerche hanno evidenziato - seguendo la combustione del 1,2-diclorobenzene e del 2,4-diclorofenolo - che il clorofenolo origina un tasso di PCDD/PCDF di due ordini di grandezza maggiore, a dimostrazione della più spiccata attività dei clorofenoli nelle reazioni di formazione di PCDD/PCDF.
Per quanto concerne la stima delle emissione complessive di PCDD e PCDF nel mondo, sono diverse le ricerche che hanno tentato di elaborare dati affidabili anche per confrontarli con stime relative alle emissioni di tali sostanze da altri processi di combustione o produttivi. Nella tabella che segue è riportata una stima mondiale al 1995 (parziale, in quanto tra i paesi considerati sono assenti la Cina e l’ex URSS, oltre all’Italia).
Tabella 5. Emissioni in atmosfera di diossine nei paesi industrializzati

Processo fonte di diossine

g/anno
Valore %
Inceneritori di rifiuti
7.241
69 %
Produzione di non metalli

804
8 %
Acciaierie e laminatoi
1.083
10 %
Centrali termoelettriche
57
1 %
Impianti di combustione industriali
204
2 %
Piccoli impianti di combustione
354
3 %
Trasporto stradale
67
1 %
Produzione di minerali
234
2 %
Altri
470
4 %
Totale
10.514

Fonte: United Nations Environment Programme, Dioxin and Furan Inventories. National and Regional Emissions of PCDD/PCDF, UNEP Chemicals, Ginevra, maggio 1999.
Le nazioni considerate sono state : Austria, Australia, Belgio, Svizzera, Canada, Germania, Danimarca, Francia, Ungheria, Giappone, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Slovacchia, USA.
La situazione americana è sinteticamente riportata nella tabella seguente.

Tabella 6 : Sintesi dell’inventario delle fonti di PCDD e PCDF negli USA [PCCDD/F TEQ (g/year)]

Fonte
1987
EPA (1994)
1995
Incenerimento rifiuti urbani
12.970
3.000
1.794
Cementifici (rif.per.)
Cementifici (rif non per)
330
350
850
6
Incenerimento rifiuti ospedalieri
8.630
5.100
724
Raffinazione del rame
300
230
310
Incendi forestali
160
86
160
Processi di sinterizzazione di metalli
102
---
88
Incenerimento di rifiuti pericolosi
180
35
75
Combustione di carbone in centrali
60
---
73
Combustione di legna
68
320
70
Combustione di residui di legna
100
40
68
Raffinazione dell’Alluminio
28
---
57
Combustione di carbone residenziale
40
---
33
Totale USA
24.000
11.500
5.000
Per quanto concerne l’Italia l’ENEA ha presentato un inventario nazionale (con esclusione, nel calcolo delle TEF dei PCB) con una valutazione anche della "tendenza" futura e che si ripropone nella tabella che segue.
I dati pubblicizzati dall’ENEA sono stati integrati da chi scrive con quelli risultanti da un recente studio dell’Unione Europea, questi ultimi dati sono riportati nelle colonne ombrate indicate come 1994, minimo e massimo.
La presentazione di tali tabelle viene fatta per evidenziare l’incertezza delle diverse stime, sia per la situazione mondiale che quella italiana possono essere apprezzate i differenti e significativi valori delle diverse stime.
Tabella 7. Stima delle emissioni di PCDD e PCDF (grammi ITEF/anno), valutazioni dell’ENEA (al 1998) e dati riportati in uno studio dell’Unione Europea pubblicato nel 1999 e riferiti al 1994

Fonti
1990
1995
1994 minimo
1994 massimo
2000
2005
2010
CENTRALI ELETTRICHE PUBBLICHE
23,4
26,6


17,3
15,4
14,5
carbone
1,1
0,8
0,22
11
1,0
1,1
1,1
lignite
0,1
0,0


0,0
0,0
0,0
olio combustibile
21,8
25,4


16,0
14,2
13,2
gasolio
0,3
0,2


0,1
0,0
0,0
legna
0,1
0,2


0,2
0,2
0,2
petcoke
0,0
0,0


0,0
0,0
0,0
IMPIANTI DI COMBUSTIONE NEL TERZIARIO E AGRICOLTURA
23,6
26,4


23,9
19,7
18,5
carbone
0,6
0,8


0,8
0,8
0,8
olio combustibile
0,4
0,1


0,4
0,4
0,4
legna
12,6
17,7
0,002
0,02
15,0
11,0
10,0
gpl
1,6
1,7


1,7
1,7
1,7
gasolio
7,4
5,0


5,0
4,8
4,6
kerosene
0,2
0,1


0,1
0,1
0,1
coke
0,9
0,9


0,9
0,9
0,9
IMPIANTI DI COMBUSTIONE RESIDENZIALI







legna


4,0
280



COMBUSTIONE NELL'INDUSTRIA
92,0
81,7


71,0
66,0
61,4
impianti di combustione
13,6
10,8


10,5
10,4
10,3
carbone
1,5
0,7
0,004
1,3
0,8
0,8
0,8
lignite
0,0
0,0


0,0
0,0
0,0
olio combustibile
6,3
5,1


5,1
5,1
5,1
legna
0,3
0,6
4,1
47
0,2
0,1
0,0
coke
0,4
0,2


0,2
0,2
0,1
gpl
0,3
0,3


0,3
0,3
0,3
nafta
1,3
1,0


1,0
1,0
1,0
kerosene
0,0
0,0


0,0
0,0
0,0
gasolio
0,4
0,3


0,3
0,3
0,3
petcoke
3,1
2,5


2,6
2,6
2,6
cemento
6,1
5,1


5,3
5,3
5,3
impianti di sinterizzazione acciaio
67,9
60,5
0,02
12,0
50,0
45,0
40,5
piombo secondario
2,0
2,5
46
316
2,5
2,5
2,5
rame secondario
1,7
2,0
0,7
170
2,0
2,0
2,0
Zinco secondario


0,3
9,9



alluminio secondario
0,7
0,8
14
110
0,8
0,8
0,8
PROCESSI PRODUTTIVI
29,5
28,6


28,6
28,6
28,6
forni elettrici
29,5
28,6
7,5
163
28,6
28,6
28,6
Produzione di pesticidi


28 (*)
6.450 (*)



Produzione di CVM/PVC


n.r
n.r.



ESTRAZIONE E DISTRIBUZIONE COMBUSTIBILI FOSSILI







USO DI SOLVENTI







TRASPORTI STRADALI
6,4
5,1


2,8
0,4
0,0
benzina con piombo
6,4
5,1


2,8
0,4
0,0
ALTRE SORGENTI MOBILI







TRATTAMENTO E SMALTIMENTO RIFIUTI
276,0
390,5


195,2
61,3
20,5
incenerimento rifiuti solidi urbani
134,3
170,6
563
2.780
85,3
34,1
12,8
incenerimento rifiuti solidi industriali
97,4
97,4
n.r.
n.r.
48,7
15,2
4,6
incenerimento rifiuti ospedalieri
27,5
27,5
8,8
24
13,7
4,3
1,3
fanghi di depurazione di impianti civili
16,8
95,0

0,9
47,5
7,6
1,8
incenerimento rifiuti agricoli
0,0
0,0


0,0
0,0
0,0
Smaltimento di rifiuti in discarica


140 (*)
1.664 (*)



Spandimento di fanghi


2,7 (*)
43(*)



Altri trattamenti di rifiuti


0,66
1,56



Uso di pesticidi


15 (*)
760 (*)



Incendi accidentali di boschi


0,5(*)
2.380 (*)



Incendi forestali dovuti a incidenti


0,07 (*)
41(*)



TOTALE
450,8
558,8
840
15.300
338,8
191,4
143,4

Fonte dei dati dell’Unione Europea : Releases of Dioxins and Furans to Land and Water in Europe, Final Report, settembre 1999, p. 132.
(*) = stima del rilascio sul terreno dovuta alle attività evidenziate.
Oltre alle caratteristiche delle emissioni., come accennato, l’altro importante impatto è costituito dai residui solidi dei processi di combustione. Si tratta di residui contrariamente al parere e alle pressioni dei fautori dell’incenerimento - a diverso grado di tossicità (le ceneri leggeri ed i residui dei sistemi di abbattimento sono classificati come tossico-nocivi), in ogni caso non "inerti" e che necessitano di apposite discariche per il loro smaltimento.
In altri termini, pur sinteticamente, rammento che non esiste non può funzionare - un inceneritore senza una o più discariche di supporto per lo smaltimento delle scorie. Discariche che hanno un proprio impatto direttamente connesso con l’impianto di incenerimento anche se poste in un territorio diverso da quest’ultimo.
Sulla tossicità delle scorie pesanti e sui residui dai sistemi di abbattimento si riportano le tabelle che seguono, limitatamente al contenuto di metalli (ovviamente in questi rifiuti vi sono anche tracce dei microinquinanti organici e cloroorganici sopra citati).

Tabella. 8 Metalli presenti nelle scorie pesanti. (I valori sono riferiti alle analisi effettuate presso gli impianti ACCAM di Busto Arsizio (VA) e ai dati di letteratura)


Elemento

Inceneritore ACCAM:
scorie pesanti
concentrazioni minime-massime rilevate da più analisi
Concentrazioni medie da più analisi riportate in letteratura (*)
Limiti di concentrazione (CL), Delibera del Comitato Interministeriale del 27.07.1984

mg/kg
mg/kg
mg/kg
Ferro
14.953 - 5.600
94.000
n.r.
Zinco
5.000 - 1.295,3
12.000
n.r.
Piombo
4.100 - 1.056,7
6.000
5.000
Nichel
100 - 19,8
180
n.r.
Cromo
n.r
3.300
100 (Cr VI)
Manganese
550 - 228,2
n.r.
n.r.
Rame
896,4 - 600
1.700
5.000
Cadmio
inf. 5,0 - 1,04
20
100
Arsenico
inf. 50,0 - 0,5
300
100
Alluminio
23.000 - 21.008
32.000
n.r.
Bario
319 - 50
n.r.
n.r.
Berillio
inf. 50,0 - 1
n.r.
n.r.
Mercurio

inf. 10,0 - 0,3
1
100
Fonti:
Certificati di analisi delle scorie 1987-1991 dell’inceneritore ACCAM, Busto Arsizio (VA).
(*) Media da 500 pubblicazioni relative ai residui di inceneritori di RSU, S.Cernuschi, M.Giugliano, G. Lonati, M. Ragazzi "Flussi di materiali e di energia per il bilancio ambientale", in Incenerimento di RSU e recupero energetico, CIPA, 1995.
n.r. = non riportato.


Tabella 9. Composizione delle scorie pesanti e dell’eluato da test di cessione ai fini della classificazione per lo smaltimento (DPR 915/82 e Delibera del Comitato Interministeriale del 27.07.1984)


Elemento
Scorie pesanti da
inceneritore
mg/kg
Eluato da scorie pesanti
mg/litro
Limiti tabella A legge Merli
mg/litro
Ferro
18.000-28.000
1,0
2,0
Zinco
4.400-5.000
55,0
0,5
Piombo
3.100-3.300
4,2
0,2
Nichel
4.600-6.100
4,4
2,0
Cromo totale
1.200-2.000
< 0,05
2 (Cr III) 0,2 (Cr VI)
Manganese
700-800
6,0
2,0
Rame
1.700-9.100
1,8
0,1
Cadmio

30-40
0,9
0,02







Fonte: Liuzzo G. "Scorie e ceneri nella combustione dei RSU: caratterizzazione ai fini della loro classificazione, smaltimento ed eventuale riutilizzazione", Roma 1989; riportato in A.Paolini, P.Sirini "Scorie e ceneri da impianti di combustione RSU: aspetti tecnici, legislativi e prospettive di ricerca", Ingegneria Sanitaria e Ambientale n. 6, novembre/dicembre 1993.
Per quanto concerne le ceneri leggere si riporta, nella tabella che segue, alcune caratteristiche in termini di contenuto di sostanze tossiche (metalli) sia in ceneri tal quali che in ceneri inertizzate in matrice cementizia.

Tabella 10. Contaminanti presenti nell'eluato di ceneri volanti derivanti dall’incenerimento dei rifiuti solidi urbani, del "bioessiccato" e dell’RDF, nonché da ceneri stabilizzate in matrice cementizia (test di cessione con acido acetico e anidride carbonica)
Contaminante
Eluato su ceneri tal quali (test con acido acetico), valori
minimi e massimi (*)
Eluato su ceneri tal quali (test CO2) , valori
minimi e massimi (*)
Eluato (test con acido acetico) su ceneri inertizzate ottenute dalla combustione del "bioessiccato" ,
valori minimi e massimi (**)
Eluato (test con acido acetico) su ceneri inertizzate ottenute dalla combustione dell’RDF,
valori minimi e massimi (**)
Limiti tabella A legge Merli
Cadmio mg/l
0,09-0,14
0,14-0,16
n.d.
0,02
0,02
Cromo totale mg/l
0,05
0,05
n.d.
n.d.
2,00 (Cromo III)
Cromo VI mg/l
0,1
0,1
0,02 - 3,79
1,66 - 3,0
0,20
Rame mg/l
0,05-0,06
0,06-0,08
n.d.
n.d.
0,10
Mercurio mg/l
0,005
0,005
n.d.
n.d.
0,005
Manganese mg/l
n.d.
0,05
n.d.
n.d.
2,00
Nichel mg/l
0,1
0,1
n.d.
n.d.
2,00
Piombo mg/l
0,2-0,4
0,1-0,2
0,1
0,1
0,20
Zinco mg/l
0,39-0,72
1,12-1,32
n.d.
n.d.
0,50
Arsenico mg/l
0,002
0,002
n.d.
n.d.
0,50
Ferro mg/l
0,1
0,1
n.d.
n.d.
2,00
Selenio mg/l
0,005
0,005
n.d.
n.d.
0,03
Stagno mg/l

5
5
n.d.
n.d.
10,00
(*) P. Berbenni et altri, in AAVV " Incenerimento di RSU e recupero di energia", CIPA editore, 1995.
(**) Gruppo Ecodeco, Sintesi delle sperimentazioni effettuate - Prove di combustione c/o l'impianto di termodistruzione di Livorno, aprile-giugno 1998, tabella 6, pag. 22.
n.d. = non determinato.
Continua (pagina 2)

2. Evoluzione normativa e tecnologia dei processi di incenerimento dei rifiuti
Per quanto concerne l’evoluzione normativa mi limito a cenni relativi ai limiti delle emissioni degli impianti di incenerimento sulla base delle direttive europee che si sono succedute negli ultimi 12 anni ( da ultimo la DIRETTIVA 2000/76/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 4 dicembre 2000 sull'incenerimento dei rifiuti) e ai relativi recepimenti nella normativa nazionale. Nella tabella 11 che segue si riassume tale evoluzione verso limiti più restrittivi.

Nelle tabelle successive (12 e 13) si torna ancora più indietro nel tempo, dagli inceneritori degli anni ’60 a quelli della normativa nazionale (tedesca) contenente dei limiti sostanzialmente identici a quelli poi definiti dalla normativa europea.

Inoltre, nella tabella 14 più avanti, si riportano le stime relative ai fattori di emissione (quantità della emissione di una sostanza per tonnellata di rifiuto incenerito, tenendo conto della quantità di fumi emessi sempre per tonn di rifiuto incenerito), ovvero quello che viene ritenuto il trend futuro di tali emissioni andando oltre al rispetto dei limiti normativi, con verso l’applicazione della migliore tecnologia disponibile (senza "eccessivi costi").
Tabella 11. Evoluzione normativa dei limiti alle emissioni degli impianti di incenerimento rifiuti
Contaminante
Limiti DPR 203/88 (Linee Guida DM 12.07.1990)
Limiti CRIAL 1992
Limiti DM 19.11.97
(nuovi inceneritori)
giornaliero
Limiti DM 19.11.97
(nuovi inceneritori)
orario
Direttiva UE 2000/76 del 4.12.2000
giornaliero
Direttiva UE 2000/76 del 4.12.2000
su mezz’ora
Polveri mg/mc
30
25
10
30
10
30
Cadmio mg/mc
0,2
0,1
0,05 (un'ora)

0,05 (mezz’ora)
0,1 (8 ore)
Mercurio mg/mc
0,2
0,1
0,05 (un'ora)

0,05 (mezz’ora)
0,1 (8 ore)
Piombo mg/mc
5
3




Metalli totali mg/mc
5
5
0,5 (un'ora) (*)

0,5 (mezz’ora) (*)
0,1 (mezz’ora) (*)
Fluoro (HF) mg/mc
2
n.p.
1
4
1
4
HF + HBr mg/mc
v.sopra
3




Cloro (HCl) mg/mc
50
30
20
40
10
60
Cianuri mg/mc
1
0,5




Fosforo mg/mc
n.p.
5




SO2 mg/mc
300
300
100
200
50
200
NOx mg/mc
500
n.p.
200
400
200
400
PCDD+PCDF g/mc
4
10
0,0001 (otto ore **)


0,0001 (otto ore **)
TCDD+TCDF nanog/mc
n.p.
50




PCB+PCT+PCTg/mc
500
100




IPA mg/mc
0,05
0,05
0,01 (otto ore)



Ossido di carbonio mg/mc
100
n.p.
50
100
50
100
COT mg/mc
20
10
10
20
10
20
(*) Somma di Piombo, Antimonio, Arsenico, Cromo, Cobalto, Rame, Manganese, Nichel, Vanadio, Stagno.
(**) Espresso in TCDD equivalenti

Fonte: Otto Hutzinger, Heidelore Fiedler, "20 anni di incenerimento di rifiuti : problemi e soluzioni" in L’incenerimento dei rifiuti ", Atti del Convegno nazionale, Bologna 16-17 marzo 1995, Maggioli Editore, 1996, pp. 17-32.


Tabella 14. Stima dei fattori di emissione da impianti di incenerimento

Contaminante
Fattori di emissione (grammi per tonnellata di rifiuto)

Emissioni risultanti dalla applicazione dei limiti esistenti per nuovi impianti
Emissioni raggiungibili con l’applicazione della B.A.T.
Polveri
60
30
Acido cloridrico
120
60
Ossidi di azoto
1.200
420
Ossidi di zolfo
600
300
Monossido di carbonio
300
200
Carbonio organico totale
60
40
Metalli
3
1,5
Mercurio
0,30
0,30
Idrocarburi policiclici aromati
0,060
0,030
Tcddeq
600 nanog
600 nanog
Fonte : Conferenza Nazionale Energia e Ambiente, Roma, 25-28 novembre 1998; "Compatibilità ambientale, controlli e caratterizzazioni nella valorizzazione energetica dei rifiuti urbani" .
Nel proporre i dati della tabella 14, gli estensori, hanno ritenuto "dimostrato" pur evidenziando che "un esame esaustivo e di validità generale rispetto alle correlazioni tra emissioni ed immissioni, e quindi alle ricadute ed ai potenziali carichi nell’area di interesse, risulta estremamente arduo e forse anche poco pertinente a causa delle specificità, tra cui quelle metereologiche, dei singoli siti". In ogni caso gli estensori si avventurano, nonostante tali premesse a definire "indicativamente" che
· i fattori di riduzione delle concentrazioni in aria del suolo alla distanza di maggiore ricaduta (500-1.000 metri) comportano "una generale compatibilità con i limiti e gli obiettivi fissati rispetto alla qualità dell’aria" ;
per macroinquinanti (ossidi di azoto, di carbonio, di zolfo) e microinquinanti organici (IPA) "una gestione appropriata dei processi di valorizzazione energetica dei rifiuti non implica necessariamente problematiche aggiuntive rispetto all’utilizzo di combustibili convenzionali" ed in alcuni casi vi sono dei vantaggi rispetto all’utilizzo del carbone;
"rispetto ai microinquinanti di maggiore tossicità (quali diossine e metalli pesanti), occorre anche valutare il peso del contributo originato da tali processi rispetto a quelli derivanti da varie e diversificate fonti, che vanno dai settori di combustione convenzionale al traffico veicolare, alle industrie, ai gas da discarica, alle cause naturali. I dati disponibili per tali specifici inventari risultano ancora largamente incompleti rispetto ad un esame esaustivo di tutte le potenziali fonti causali, tuttavia i livelli di standard fissati e l’avanzamento tecnologico raggiunto portano a valutare che i contributi derivanti dalla valorizzazione energetica dei rifiuti sono destinati a ridursi".
Gli autori, pur con tutte le premesse sopra ricordate, concludono a favore dell’utilizzo energetico dei rifiuti.
Senza voler presentare una valutazione complessiva di quanto sopra riportato, si rimanda :
· per quanto concerne le incertezze evidenziati dagli stessi autori circa le "problematiche locali" da tenere presenti (ovvero l’esigenza di una idonea e rigorosa valutazione di impatto ambientale relativa anche alla problematica delle emissioni),
per quanto concerne i microinquinanti di maggiore tossicità (PCDD, PCDF, ma non solo) e il rapporto tra emissioni da inceneritori e altre fonti si vedano i dati riportati relative alle diverse stime complessive di emissione di tali tossici;
per chi scrive l'obiettivo primario è l’eliminazione, o almeno la drastica riduzione, delle emissioni e dell'esposizione umana a diossine e ad altri tossici, dentro e fuori gli insediamenti industriali. Per esempio, da tempo mettiamo in discussione anche le produzioni che fanno ingente uso di cloro (produzione di CVM/PVC, produzione di carta con l’uso sbiancanti clorurati, solventi clorurati) che, fra l’altro, provocano le inevitabili emissioni di diossine, furani, microinquinanti organici e altri tossici a livello dei singoli processi produttivi e nelle operazioni di smaltimento di rifiuti e materiali contenenti cloro. Fermo quanto sopra, a titolo esemplificativo, riporto una valutazione inerente il confronto pur improprio tra emissioni di un moderno impianto di incenerimento e le emissioni equivalenti del parco automobilistico.

Tabella 15. Confronto tra emissioni annue di un inceneritore per CDR e "automobili equivalenti annue" (per i parametri confrontabili)
Contaminante
Stima emissione annua inceneritore da 400 t/g (8.000 ore di funzionamento)
kg/anno
Fattori di emissione di una automobile con le caratteristiche indicate
per km percorso in ciclo urbano
g/km
Numero equivalente di automobili "annue" ovvero numero di auto circolanti con percorrenza uguale a 10.000 km/anno in ciclo urbano
Ossido di carbonio
53.333
14,8200
359,9
Polveri
10.667
0,0511 (*)
20.874,8
Acido cloridrico
21.334
Non pertinente
//
Acido fluoridrico
1.067
Non pertinente
//
Anidride Solforosa
106.666
Non disponibile
//
Ossidi di azoto
213.333
0,5540
38.507,9
Sostanze organiche volatili (COT)
10.667
2,3659 (**)
450,9
Metalli pesanti
533
Non confrontabile (***)
//
Cadmio+Tallio
53
Non pertinente
//
Mercurio
53
Non pertinente
//
Idrocarburi policiclici aromatici
11
Non confrontabile
//
TCDD equivalenti (I-TEQ)
107 mg (****)
1,5 pg/km
71.333.333
Note alla Tabella
Non pertinente = parametro caratteristico dell’incenerimento di rifiuti ma non presente nelle emissioni di gas di scarico.
Non confrontabile = parametri con diverso significato tra emissioni dell’inceneritore e delle automobili.
(*) Tale valore è riferito alle PM10 emesse da auto diesel immatricolate dopo il 1997 (ecodiesel 94/12/EEC).
(**)Il dato per le auto è riferito a Carbonio Organico Volatile Non Metanico (COVNM) per cui è solo parzialmente confrontabile con il Carbonio Organico Totale, parametro di emissione per gli inceneritori.
(***) Nel caso delle auto catalizzate le emissioni di metalli sono connesse ai metalli utilizzati nei catalizzatori (in particolare palladio) per i quali non vi sono ancora degli affidabili fattori di emissione, in ogni caso è arduo confrontare la tossicità di questo metallo con quella dei numerosi metalli emessi da un inceneritore.
(****) ovvero 107.000.000.000 picogrammi/anno. Il fattore EPA utilizzato è quello più elevato riferito alle auto catalizzate. Vi sono stime precedenti (riferite ad auto non catalizzate) in cui il fattore di emissione di PCDD+PCDF espresse come I-TEQ arriva fino a 20 picog/km percorso, quindi con di due ordini di grandezza superiori a quello utilizzato nella presente tabella.
In estrema sintesi il "dente batte" particolarmente sui microinquinanti di maggiore tossicità quale emissione caratteristica ed elevata nonostante l’abbassamento dei limiti normativi degli impianti di incenerimento.
Questa osservazione risulta per esempio - in due passaggi tra i "considerando"della recente direttiva sull’incenerimento dei rifiuti :
"Pertanto,ai fini di un elevato livello di protezione ambientale e della salute umana,è necessario predisporre e mantenere condizioni di funzionamento,requisiti tecnici e valori limite di emissione rigorosi per gli impianti di incenerimento e i coincenerimento dei rifiuti nella Comunità. I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o a limitare per quanto praticabile gli effetti dannosi per l'ambiente e i relativi rischi per la salute umana..."
e, più avanti
" Il rispetto dei valori limite di emissione previsti dalla presente direttiva dovrebbe essere considerato come una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire il rispetto dei requisiti della direttiva 96/61/CE. Per assicurare tale rispetto può essere necessario revedere valori limite di emissione più severi per le sostanze inquinanti contemplate dalla presente direttiva, valori di emissione relativi ad altre sostanze e altre componenti ambientali,e altre condizioni opportune."
(la direttiva 96/61 è quella relativa alla prevenzione integrata dell’inquinamento, recepita solo parzialmente in Italia nel 1999).
Per quanto concerne l’evoluzione tecnologica degli impianti di incenerimento (delle caldaie e dei sistemi di abbattimento fumi), metto all’attenzione le note che seguono.
a. I "vecchi" inceneritori le caldaie
La tecnologia delle caldaie per l’incenerimento dei rifiuti deriva da quelle delle centrali termoelettriche a carbone (primo inceneritore per rifiuti : 1890 circa, Londra) e, precisamente, dalle caldaie a griglia fissa.
Nella immagine viene presentato lo schema di una tipica caldaia a griglia : il rifiuto entra dallo spintore (da sinistra) e finisce sulla griglia, l’accensione del combustibile avviene con il combustibile ausiliario e il mantenimento della combustione avviene con l’invio di aria di combustione dal di sotto del "letto" di rifiuti, i rifiuti bruciano nel percorso lungo la griglia fino a che, in fondo a destra, vengono estratti gli incombusti (scorie pesanti).
Nella figura i fumi vengono inviati in una camera di postcombustione ove, ad opera della fiamma prodotta dalla immissione di combustibile ausiliario (metano, gasolio, olio o altro) avviene una ulteriore ossidazione dei composti trascinati dai fumi. Evidenzio che gli inceneritori degli anni ‘60-70 (e fino agli obblighi indicati da un provvedimento italiano del 1984) non avevano la camera di postcombustione (come sicuramente l’inceneritore di Pisa che è entrato in funzione nel 1980). Di conseguenza la figura mostra già un inceneritore "moderno".
Figura 2. Schema di caldaia di un inceneritore a griglia

L’obbligo di installazione della camera di postcombustione è conseguito dalla "scoperta" delle emissioni di PCDD e PCDF dagli inceneritori di rifiuti urbani, nel 1977. Si è ritenuto che tale dispositivo riducesse la formazione delle stesse e di altri composti tossici le norme più recenti non obbligano più l’installazione di tale dispositivo.
a. I sistemi di abbattimento fumi inceneritori di "prima" generazione
Nella figura viene mostrato una tipica configurazione di un sistema di abbattimento fumi di "prima" generazione (anni ’60 ’70).
E’ costituito da un "reattore" in cui i fumi venivano messi a contatto con una soluzione - o polveri -basica (es. calce, di recente viene utilizzata la soda solvay bicarbonato di sodio), con l’effetto di ridurre, per reazione di neutralizzazione, la presenza di sostanze acide (composti dello zolfo e acido cloridrico), dopo questo trattamento i fumi vengono fatti passare in un elettrofiltro o in un filtro a maniche per l’abbattimento delle polveri (nel caso dell’elettrofiltro per effetto del campo elettrico che viene creato che fa "scaricare" le polveri caricate lungo la parete del dispositivo per essere poi raccolte e smaltite; nel caso dei filtri a manica l’abbattimento è di tipo fisico ovvero connesso con la grandezza delle particelle di polvere rispetto alle dimensioni dei fori del filtro stesso, il filtro viene "scosso" meccanicamente per scaricare le polveri fermate dai filtri). Questi sistemi non permettono un abbattimento fino ai limiti attuali soprattutto dei microinquinanti (ad esempio le PCDD e i PCDF, ma anche i metalli più volatili come il mercurio - non sono sostanzialmente trattenuti da tali sistemi).
Figura 3. Schema di un sistema di abbattimento fumi per inceneritori di "prima generazione"

b. Le caldaie di nuova generazione
Limitandomi alla evoluzione impiantistica delle caldaie a griglia (sono recenti le applicazioni di nuove tipologie di impianti come i letti fluidi, i "pirolizzatori", i "gassificatori", le "torce al plasma" e proposte simili che rappresentano l’applicazione di tecnologie applicate ad altre modalità di combustione anch’esse derivate dalla combustione del carbone o di altri combustibili fossili) nella figura seguente si mostra un impianto "moderno" di questo genere.
Figura 4. Schema di un impianto a griglia "moderno"

In questo caso un impianto a griglia del tipo mobile (parte di sinistra) è stato abbinato a un forno rotante (in mezzo) : il rifiuto che entra nella bocca in alto viene traslato sulle griglie mobili e contestualmente combusto con l’immissione di aria dal basso, verso il basso vengono raccolte le ceneri leggere, le scorie rimaste al termine del passaggio sulla griglia mobile finiscono nel forno rotante dove avviene sia una postcombustione dei fumi che una riduzione degli incombusti nelle scorie stesse riducendone la tossicità (le più recenti normative impongono dei limiti nella frazione incombusta delle scorie pesanti) i fumi escono dal forno rotante e in parte vengono ricircolati (vedi canale posto sopra il forno rotante) cioè rientrano nella camera di combustione primaria mischiandosi all’aria comburente proveniente dall’esterno. Questo ricircolo (di norma intorno al 20% dei fumi uscenti in questo caso dal forno rotante, mentre il rimanente 80 % dei fumi viene inviato ai sistemi di abbattimento) ha l’effetto di ridurre sia i consumi energetici necessari al mantenimento delle temperature necessarie per una combustione "ottimale" sia la quantità complessiva dei volumi di fumi da trattare.
c. Evoluzione dei sistemi di abbattimento fumi
Nella figura sottostante viene mostrata una delle molteplici configurazioni "pluristadio" di abbattimento fumi, in questo caso prevede anche un recupero parziale dei reagenti chimici utilizzati per l’abbattimento dei fumi :
i fumi provenienti dalla caldaia vengono prima trattati in un elettrofiltro (abbattimento polveri di maggiori dimensioni) quindi vengono inviati in un reattore "semisecco" a contatto con una sostanza basica (gesso recuperato, vedi più avanti) per una prima riduzione delle sostanze acide presenti, i fumi passano quindi in un filtro a maniche per l’abbattimento delle polveri più fini, quindi in un "venturi" per la saturazione e dei gas e la solubilizzazione dell’anidride solforosa (che viene poi fatta reagire con la calce nella torre a spruzzo, producendo del gesso solfato - che viene poi utilizzato per il primo abbattimento sopra indicato), infine i fumi passano in una unità di conversione catalitica che riduce le emissioni di ossidi di azoto e diossine.
Figura 5a. Schema di un recente impianto di abbattimento fumi a stadi multipli

Un’altra configurazione possibile è quella che segue.
Figura 5b. Schema di un recente impianto di abbattimento fumi a stadi multipli
In questa configurazione vi è un sistema di denitrificazione (per la riduzione degli ossidi di azoto ridotto ad azoto molecolare) non catalitica mediante l’iniezione di ammoniaca (o urea) direttamente in caldaia, i fumi vengono poi fatti passare in un elettrofiltro (riduzione polveri di maggiori dimensioni), una riduzione della temperatura in tempi accelerati (per limitare le condizioni favorevoli alla formazione di microinquinanti organici), al lavaggio (con o senza reattivi basici) per la riduzione delle sostanze acide, alla iniezione di carbone per la riduzione dei microinquinanti (in particolare diossine e metalli pesanti) che vengono poi intercettate (parzialmente) sul filtro a maniche finale (anche per le polveri di dimensioni minori).
Come evidenziato, ci si è limitati a indicare, relativamente alla "evoluzione" delle caldaie ai sistemi a griglia (che sono quelli utilizzati da più tempo, più di un secolo) senza parlare dei nuovi impianti di tipo "alternativo" alle caldaie a griglia, mentre per quanto concerne la parte relativa all’abbattimento dei fumi le indicazioni qui contenute valgono per ogni tipo di caldaia.
Si accenna, da ultimo, al fatto che "a latere" di tali modifiche impiantistiche si sono sviluppati sistemi di selezione dei rifiuti in entrata agli impianti, per ridurre i rifiuti contenenti elementi potenzialmente pericolosi, e di trattamento delle scorie e delle ceneri (dal loro inglobamento in matrici cementizie a sistemi di sinterizzazione e/o vetrificazione) con l’obiettivo di ridurne la tossicità e rendere meno problematiche le successive fasi di smaltimento dei residui solidi.


3. Tossicità e cumulabilità dei tossici nell'ambiente e nell'uomo in relazione anche alle emissioni dagli impianti di incenerimento di rifiuti
Come già accennato, va posta la massima attenzione sul significato e le conseguenze di una esposizione ai microinquinanti emessi dagli inceneritori. Va anche ricordato che i limiti di esposizione a tossici (nell'ambiente interno ed esterno le fabbriche) non sono un risultato puramente "scientifico", ma rappresentano il compromesso di un dato momento realizzato fra Industria e mondo del lavoro sulla base dei rapporti di forza esistenti nella società, con la mediazione delle istituzioni politiche e sanitarie per tutelare la salute e l'ambiente. In altri termini, non possiedono alcuna validità oggettiva, non possono, nè vogliono, garantire l'assenza di effetti su tutti gli individui esposti nel breve e medio termine a tali contaminanti.
Tra i contaminanti sicuramente presenti nelle emissioni di un inceneritore compaiono, in particolare, una serie di sostanze per le quali è stata dimostrata la cancerogenicità per l'uomo; ricordiamo le principali secondo la classificazione della IARC:
1) sostanze cancerogene di gruppo 1 (sicuramente cancerogene: evidenza sufficiente per l'uomo): Arsenico e composti, Cromo esavalente, Fuliggini, Nichel e composti;
2) sostanze cancerogene di gruppo 2A (probabilmente cancerogene: evidenze limitate per l'uomo, evidenza sufficiente per l'animale): Benzoantracene, Benzopirene, Berillio e composti, Cadmio e composti, Dibenzoantracene;
3) sostanze cancerogene di gruppo 2B (possibile cancerogeno per l'uomo: evidenze limitate per l'uomo): Benzofluorantrene, Bifenili polibromurati, Clorofenoli, Dibenzopirene, Esaclorobenzene, Piombo e composti, 2,3,7,8 Tetraclorodibenzodiossina (TCDD); per quest'ultima di seguito entriamo nel dettaglio.
Come già accennato, le intrinseche proprietà tossiche delle diossine e dei furani, se possibile, sono ancor più insidiose per la salute umana a causa del fatto che questi composti, così come molti altri clororganici, non sono biodegradabili e si accumulano nei tessuti degli organismi viventi.
Data la loro maggiore solubilità negli oli e nei grassi, piuttosto che nell'acqua, essi tendono a spostarsi dall'ambiente verso i tessuti grassi e negli organi bersaglio come il fegato e a bioaccumularsi negli organismi viventi.
Per esempio, la 2,3,7,8 - tetraclorodibenzo - p - diossina (2,3,7,8 - TCDD) si accumula nei pesci in concentrazioni di 159.000 volte maggiori di quelle riscontrate nell'ambiente acquatico circostante. Questo rapporto è definito il "fattore di bioaccumulazione".
Esso è stimato maggiore di 10.000 volte per sostanze tossiche quali policlorobifenili (PCB), esaclorobenzene, octaclorostirene, dibenzofurani policlorurati (PCDF).
Lo stesso vale per il DDT, mentre l'esaclorobutadiene si bioaccumula secondo un fattore maggiore di 17.000.
Gli esseri umani occupano una posizione ai vertici della catena alimentare, risultando così i più esposti all'accumulo dei composti clororganici. Questi, sebbene nella loro maggioranza possano resistere a qualsiasi tipo di escrezione ed alterazione biochimica naturale, possono essere eliminati dal corpo umano tramite il sangue, il liquido seminale e il latte materno.
I composti clororganici sono quindi trasferiti da una generazione all'altra, in dosi probabilmente maggiori. I feti ricevono significative quantità di sostanze clororganiche attraverso la placenta.
Una volta nati, essi ne ricevono dosi maggiori anche con il latte materno, perchè queste sostanze tossiche si sono accumulate nel corpo della madre seguendo differenti fattori di biomagnificazione.
Valga per tutti il caso delle popolazioni Inuit, gli Esquimesi che popolano la regione artica del Quebec, in Canada.
Elevati livelli di sostanze clororganiche sono stati riscontrati nei loro tessuti e nel latte materno, in quanto essi si cibano principalmente di pesci e mammiferi marini, occupando il vertice di una catena alimentare molto semplice e diretta.
I composti clororganici e, in primis, le diossine, i furani e i policlorobi(tri)fenili sono riconosciuti come estremamente tossici, a causa di numerosi effetti dannosi per la salute umana e di numerose specie animali, che non hanno la possibilità di difendersi da sostanze che sono estranee alla natura. Tra gli effetti più ricorrenti si riscontrano disturbi delle funzioni riproduttive e una diminuita fertilità; difetti alla nascita, danni embrionali. Alcuni clororganici come, ad esempio, le diossine, i furani e i PCB possono distruggere il sistema immunitario e inoltre sono cancerogeni, mutageni e teratogeni. Praticamente tutti, in dosi anche minime, danneggiano il fegato, i reni (le diossine anche il sistema cardiocircolatorio) e il sistema nervoso.
Gli esseri umani risultano tra i più indifesi all'esposizione delle sostanze organiche clorurate, in quanto come tutti i mammiferi, essi hanno un ciclo di vita abbastanza lungo e non possono sviluppare efficaci sistemi di difesa in poche generazioni. Pertanto è facilmente comprensibile il fatto che, per esempio, negli Stati Uniti d'America e in Canada, sono stati identificati 177 composti clororganici nei tessuti grassi, nel latte materno, nello sperma e nel sangue umano. Tra i più ricorrenti composti ritrovati, si segnalano i policlorodibenzofurani, l'esaclorobenzene e i policlorobi(tri)fenili. L'estrema tossicità delle diossine e dei furani nei confronti dell'uomo, della donna e degli animali è stata ben dimostrata da autorevoli ricercatori, da Agenzie e Organismi internazionali, e sul punto non ci dilunghiamo oltre.
Indagini mediche hanno inoltre evidenziato elevati quantitativi di diossine nel sangue dei lavoratori addetti agli inceneritori (Vedi Schechter, A.J. et al "Dioxin Levels in Blood of Municipal Incinerator Workers", Med. Sci. Res., 1991).
Non va comunque taciuto, che in un rapporto compilato dall'USEPA si ribadisce la pericolosità della 2,3,7,8-TCDD. In esso si afferma che l'esposizione alla diossina e ai suoi composti può essere associata all'insorgere di diversi tumori, quali linfoma maligno, sarcoma dei tessuti molli, cancro alla tiroide e ai polmoni. D'altra parte che la 2,3,7,8-TCDD sia un cancerogeno multiplo non è una novità, vista la sua potente e persistente azione di agonismo e antagonismo nei confronti degli ormoni.
Il rapporto conclude contrastando quanto sostenuto dalle industrie e dai governi, tra cui quello italiano, e cioè che in realtà la diossina non è pericolosa per l'uomo e che gli effetti micidiali osservati su animali da laboratorio non sono validi per calcolare il rischio corso dagli esseri umani.
Al contrario, secondo l'USEPA: "Sebbene i dati esistenti relativi agli esseri umani siano limitati, i modelli osservati sugli animali appaiono generalmente appropriati anche in funzione della stima del rischio per l'uomo" (USEPA Office of Health and Environmental Assessment, 1992).


Cerco di dare alcune indicazioni in merito alle valutazioni e alle misure proposte da organismi internazionali per alcuni microinquinanti presenti anchenelle emissioni degli inceneritori.
I microinquinanti organici persistenti (POPs) sono costituiti da un gruppo di sostanze costituito principalmente dalle PCCD e PCDF, dai PCB, dall’esaclorobenzene e da diversi pesticidi organoclorurati. L’attenzione dei ricercatori, delle istituzioni sanitarie e dei governi (UNEP 1995) si è interessa, negli ultimi anni, su tali sostanze per le caratteristiche tossicologiche di queste sostanza, attive anche a microdosi, per la loro bassa degradibilità ambientale e, quindi, cumulabilità nell’ambiente e negli organismi, nonchè per l’accertata ubicuità di tali sostanze oramai distribuite su tutto il pianeta anche in luoghi lontanissimi dalle fonti quasi esclusivamente i paesi industrializzati - che le immettono nell’ambiente e per gli effetti sanitari emergenti dovuti all’esposizione a queste sostanze.
Tra i POPs figurano sostanze come già detto - che sono emesse anche dagli impianti di incenerimento, tra cui ricordiamo le PCDD/F e i PCBs.
Le istituzioni sanitarie hanno introdotto dei "limiti" di riferimento per tentare di "pesare" gli effetti dell’esposizione umana a queste sostanze.
Questi limiti (TDI o ADI) sono costituiti da "livelli giornalieri accettabili" ovvero da livelli di esposizione che, durante la vita media di un individuo, non dovrebbero comportare sulla base delle conoscenze scientifiche un rischio "apprezzabile".
Questi limiti si basano sul "Lowest observable effect level" (LOAEL) ovvero il livello di esposizione al di sotto del quale non si sono riscontrati effetti negativi sugli animali da laboratorio. Di norma i LOAEL ottenuti sugli animali sono estrapolati nell’uomo riducendoli di due ordini grandezze (1/100) .
L’OMS, con questo sistema, ha definito nel 1990 - un TDI per la sommatoria delle PCDD, dei PCDF e dei PCB "dioxin-like" pari a 10 picogr TEQ per kg di peso corporeo al giorno (esposizione cronica su 70 anni di vita media) (vedi WHO Environmental Health Criteria 88, Polychlorinated Dibenzo-para-dioxins and Dibenzofurans, IPCS WHO 1989 e WHO Consultation on tolerable daily intake from food of PCDDs and PCDFs : Summary report , WHO regional office for Europe, EUR/ICP/RCS O30S), nel 2000 l’OMS ha rivisto tale limite e ha proposto due valori 1 pg TEF/kg/giorno come valore "obiettivo" e 4 pg TEF/kg/giorno come limite massimo (v. WHO "WHO experts re-evaluate kealth risk of dioxins", WHO/45, 3 giugno 1998; WHO "Assessment of the health risk of dioxins : re-evaluation of the Tolerable Daily Intake (TDI), WHO Consultation, 25-29 maggio 1998, Ginevra). Nella revisione in corso si intende portare il valore a 1 pg TEF/kg/giorno come limite al di sotto del quale non si sono riscontrati effetti sullo sviluppo neurologico e del sistema endocrino, in altri termini ridurre i correnti livelli medi di esposizione che nei paesi industrializzati sono stimati tra i 2 e i 6 picog TEQ giornalieri per kg di peso corporeo.
Per comprendere, fino in fondo, l'estrema tossicità delle diossine, basti dire che considerando la dose massima giornaliera inizialmente ammessa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (10 picogr TEQ kg/giorno), la dose annua "tollerabile" per un individuo di 60 Kg di peso sarebbe di soli 219 nanogrammi (ng) e cioè circa 0,22 microgrammi (µg).
Un solo grammo di diossina rappresenterebbe pertanto la dose annua per 4.500.000 persone ! In questo contesto si può ben comprendere il significato che rivestono i milligrammi e i grammi di diossine e furani originati ed emessi nell'ambiente da un impianto di incenerimento per R.S.U. o per rifiuti speciali (R.S.) o per rifiuti tossico-nocivi (R.T.N.) e pericolosi.

Questi limiti sono stati sottoposti a osservazioni critiche, le principali evidenziano che la definizione stessa di un limite non equivale a un "rischio zero" riferito in particolare agli effetti cancerogeni di tali sostanze, ovvero, in altri termini, che non ci sono delle dosi senza effetto per sostanze che hanno la caratteristica di essere dei "distruttori endocrini" e/o di possedere un potere cancerogeno, mutageno e/o teratogeno.
Inoltre è stato evidenziato che questi limiti non possono essere considerati "protettivi" per la salute individuale e pubblica in quanto considerano l’effetto tossicologico di una sostanza alla volta, ma non valutano la realtà dell’esposizione umana e ambientale ad un insieme di sostanze con caratteristiche tossicologiche più o meno simili, comprensive degli effetti sinergici o cumulativi delle stesse. Un’ultima critica è stata avanzata in merito al fatto che non tengono conto della particolare reattività degli individui nella fase della crescita (neonati) che hanno forme di difesa dalle aggressioni esterne diverse e meno efficaci degli individui adulti.
L’EPA ha proposto delle soglie di esposizione individuale, sempre rimanendo alle diossine e per le diverse vie espositive (inalazione, ingestione, contatto dermico), pari a 0,01 pg TEF/kg/giorno (EPA 1994, Health assessment document for 2,3,7,8-tetrachlorodibenzo-p-dioxin (TCDD) and related compounds. Volume II of III, EPA 600/BP-92/001c), questo valore, secondo questa Agenzia, terrebbe conto anche degli effetti cancerogeni. Va ricordato però che tali soglie sviluppate dall’EPA a partire dalla fine degli anni ’60 per motivi amministrativi - appaiono anch’esse arbitrarie in quanto questo limite definirebbe una soglia di "accettabilità" al rischio cancerogeno. L’EPA individua tale soglia nella concentrazione di esposizione di una data sostanza equivalente ad un rischio aggiuntivo di patologie neoplastiche pari o inferiore a 1 caso ogni milione di abitanti (1 * 10 6), quale parametro di rischio accettabile per la popolazione generale esposta cronicamente per tutta la vita a quella sostanza cancerogena.
Infatti l’EPA individua altre "soglie" : un rischio tollerabile per la popolazione lavorativa tra 1 caso aggiuntivo ogni 100.000 esposti e 1 caso aggiuntivo ogni 10.000 esposti, range di rischio che viene contestualmente giudicato come socialmente inaccettabile, mentre una valutazione di esposizione da cui risulterebbe un rischio aggiuntivo superiore a 1 caso ogni 10.000 esposti viene indicato come socialmente inaccettabile.
Un esempio di applicazione di tale principio viene mostrato nella tabelle che segue e relativa alla proposta di un impianto di incenerimento ad Arcola (La Spezia).
Per quanto concerne le PCDD e i PCDF l’estensore dello "studio di compatibilità " dell’impianto ha dichiarato di aver estrapolato un limite di qualità dell’aria dalle indicazioni dell’EPA, pari a 0,039 picogr/mc, corrispondente ad un rischio di incremento di tumori inferiore a 1 su 1.000.000, cioè "accettabile".
Dal raffronto di tale soglia con quella stimabile dalla ricaduta dell’emissione del progetto di inceneritore, sulla base delle emissioni previste e delle caratteristiche meteo-climatiche della zona, l’estensore ritenne dimostrata l’assenza di rischio l’accettabilità del rischio nel caso di specie. L’estensore dello studio dovette però rivedere il proprio modello di ricaduta riverificando le valutazioni inerenti la ricaduta dei contaminanti, ma si dimenticò di farlo anche per i microinquinanti. Nella tabella sono mostrati per estrapolazione dei dati dell’estensore dello studio e applicando il medesimo modello i risultati di tale stima che evidenzia il superamento dei "limiti" ricavati dall’estensore dello studio per le PCDD/PCDF, e non solo.
Tabella 16. Raffronto tra le "concentrazioni massime ammissibili" di alcuni microinquinanti e le concentrazioni stimate in atmosfera all’altezza del suolo nello Studio e nelle Integrazioni CIR (La Spezia)
Contaminante
Concentrazioni massime ammissibili (*)
Concentrazioni in aria all’altezza del suolo, Studio di impatto ambientale (*)
nanogr/mc
Concentrazione in aria all’altezza del suolo, Integrazione all’impatto ambientale (**) nanogr/mc

nanogr/Nmc
Camino da 80 m
Camino da 40 m
Camino da 80 m
Camino da 40 m
Mercurio
200
0,5
1
40
119-60
Cobalto
690
5
10
//
//
Manganese
33
5
10
//
//
Diossine (Teq)
0,039 picogr/mc
0,0011 picogr/mc
0,0022 picogr/mc
1 picogr/mc
0,08 picogr/mc
Cadmio
0,93
0,5
1
40
119-60
Cromo
0,14
0,05
0,1
//
//
Fonti:
(*) pag 174 dello Studio di compatibilità CIR
(**)elaborazione dell’autore (per diossine e mercurio) sulla base delle tabelle riportate a pag. 12 e 13 delle Integrazioni allo studio di compatibilità CIR.
Si evidenzia che la "concentrazione massima ammissibile" in atmosfera, indicata nello studio relativo all’impianto di Arcola, equivale a quella indicata dalla Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale dell'Istituto Superiore di Sanità nel 1988 (pari a 0,04 picogr/mc), concentrazione che viene considerata come "livello d'azione" finalizzato a mantenere l'esposizione umana al di sotto di 1 picogr/kg/giorno (nello Studio viene presentato un "fattore di pendenza" per la 2,3,7,8 TCDD pari a 15 picogr/kg/giorno).
Tabella 17. Limiti tecnici di riferimento previsti per la bonifica del terreno contaminato di Seveso e limiti massimi "fissati" per i diversi comparti ambientali per le PCDD e per i PCDF.
Matrice ambientale
Limiti massimi "fissati" ai fini della bonifica del territorio di Seveso, definiti dalla Regione Lombardia
Limiti tecnici previsti per la bonifica del territorio contaminato di Seveso
(CCTN) (*)
Livelli "d'azione" (CCTN) (**)

2,3,7,8 TCDD (a)
2,3,7,8 TCDD (a)
PCDD+PCDF (b)
aria ambiente esterno
n.p.
n.p.
0,00004 nanogr/m3
aria ambiente di lavoro
n.p.
n.p.
0,00012 nanogr/m3
acqua potabile
n.p.
n.p.
0,00005 nanogr/litro
acque reflue industriali
n.p.
n.p.
0,00050 nanogr/litro
terreno coltivabile
750 nanogr/m2
750 nanogr/m2
0,010 nanogr/gr
terreno non coltivabile
5.000 nanogr/m2
5.000 nanogr/m2
0.050 nanogr/gr
pareti esterne
750 nanogr/m2

75 nanogr/m2
pareti interne
10 nanogr/m2
10 nanogr/m2 (c)
25 nanogr/m2
Note:
a) Limiti riferiti alla sola 2,3,7,8 Tetraclorodiossina, il più tossico tra le TCDD.
b) Limiti riferiti alla somma delle PCDD e delle PCDF espresse come TCDDequivalenti (TE).
c) Sono previsti anche limiti cumulativi per le PCDD e i PCDF pari a 1.000 nanogr/m2 per ambienti interni e macchine.
(*) Parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale sui limiti tecnici di riferimento da adottare per le PCDD e le PCDF, seduta del 12.11.1985.
(**) Parere della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale sui PCDD e le PCDF, seduta del 12.02.1988.

Va anche ricordato che per quanto concerne le PCDD e i PCDF è stata introdotta la cosiddetta scala TEF (tetraclorodibenzidiossine equivalenti) finalizzata a "pesare" la tossicità di un gruppo di isomeri di tali sostanze, ponendo pari a 1 la 2,3,7,8 TCDD (la cosiddetta diossina di Seveso), e gli altri isomeri pari a frazioni (da 0,5 a 0,0001 per PCDD e PCDF).
Questo sistema di valutazione delle concentrazioni delle numerose sostanze indicate come PCDD e PCDF è stato anch’esso sottoposto a critica, evidenziando che tale sistema sia una semplificazione della situazione reale e può non essere sufficientemente accurato nella descrizione degli effetti tossicologici.
Anche questo sistema applicato negli anni ’80 da diversi paesi e istituzioni ambientali e sanitarie - è stato sottoposto a numerose rivisitazioni che hanno, nel tempo, da un lato ridotto le differenze tra la 2,3,7,8 TCDD e gli altri isomeri e dall’altro ridotto il numero delle scale di riferimento (attualmente ridotte principalmente a 3 : quella dell’EPA, quella dell’OMS e quella dell’Unione Europea) per quali permangono ancora delle differenze. Ad esempio la 1,2,37,8 PentaCDD ha un fattore equivalente di tossicità pari a 0,5 nella scala Europea mentre in quella dell’OMS è pari a 1; le Octa CDD e le Octa CDF nella scala europea sono pari a 0,001 mentre in quella OMS sono pari a 0,0001. Ciò porta a valori diversi, per la stessa concentrazione di isomeri delle TCDD e delle PCDD, di TEF.
Inoltre, nel caso dell’Europa, non esistono ancora delle scale di TEF per i PCB (mentre sono stati proposti dall’OMS) per cui in Europa i PCB non vengono semplicemente considerati ( e sono stati addirittura eliminati tra i parametri per i quali vige l’obbligo di misurazione per le emissioni dagli inceneritori) mentre l’OMS li comprende (con fattori che variano da 0,1 a 0,00001 a seconda delle diverse sostanze classificate come PCB) e li "conta" nella proposizione di limiti di esposizione.
Come abbiamo già detto, la maggiore fonte espositiva per l’uomo per i POPs, e dunque anche per le PCDD e i PCDF, è rappresentata dalla catena alimentare, infatti, anche a parità - o a vicine - concentrazioni nelle diverse matrici ambientali di POPs, sono stati verificati significative differenze nella esposizione ovvero nei tessuti umani in funzione delle caratteristiche della dieta locale.
Rimanendo a PCDD, PCDF e PCB, avendo queste sostanze una spiccata caratteristica di lipofilità (sono insolubili nell’acqua ma si sciolgono nei grassi), si è riscontrata una maggiore esposizione nelle popolazioni nella cui dieta hanno un peso maggiore cibi con maggiore contenuto di grasso (latte, pesci, carni).
Non esistono dei limiti riconosciuti internazionalmente concernenti la presenza di tali sostanze negli alimenti, ma alcuni paesi hanno fissato dei limiti per determinati alimenti e/o per i suoli agricoli.

Tabella 18. Limiti fissati in alcuni paesi europei inerenti le concentrazioni massime nella sostanza grassa del latte di PCDD/PCDF
Stato
Concentrazione (pg ITEQ /g di sostanza grassa nel latte)
Note
Belgio
5

Germania
< 0,9
3,0

5,0
obiettivo di lungo termine
valore di intervento di primo livello : obbligo di miscelazione del latte contaminato con altro provenienti da fattorie e misure di contenimento delle fonti
valore di intervento di secondo livello : divieto di commercializzazione del latte
Olanda
6
Limite massimo da non superare
Gran Bretagna
16,6
comprensivo di PCBs
Austria
35
Indicato dal Ministero della Sanità, l’Agenzia per l’ambiente raccomanda il non superamento del limite olandese
Francia
1,0
> 5,0
Obiettivo di riferimento
Divieto di immissione sul mercato

Oltre ai limiti sopra indicati, per rimanere all’Europa, la Germania ha fissato in 10 pg ITEQ/g di peso asciutto (equivalente a 1 pg ITEQ/g su peso tal quale) quale limite per alcuni vegetali; inoltre, nel caso dei suoli, un superamento del limite di 40 pg ITEQ/g di sostanza secca, implica la definizione di pratiche agricole e la coltivazione di piante con caratteristiche biologiche tali da ridurre l’accumulabilità nei vegetali.
In Italia come vedremo anche più avanti un suolo a destinazione residenziale con una concentrazione superiore a 10 pg ITEQ/g (10 nanogr/kg) di sostanza secca è da considerarsi come sito contaminato dal DM 471/99.
Rammento da ultimo i limiti fissati dall’Unione Europea dopo la contaminazione di alimenti animali in Belgio nel 1999 da PCBs e diossine pari a 0,2 pg ITEQ/g di sostanza grassa per le carni fresche di pollo e maiale ed i prodotti da loro derivati. Infine rammento il limite, sempre dell’Unione Europea, fissato a 0,5 pg ITEQ /g riferiti alla polpa di limone utilizzata come mangime per animali (bovini) che aveva provocato una emergenza sanitaria in alcuni paesi (in particolare la Germania) a causa della importazione di mangime contaminato dal Brasile.
A fronte di questi limiti diversificati, qual’è la situazione attuale nei paesi ove sono state condotte delle indagini ?
Tabella 19 Sommario degli studi relativi alla esposizione a PCDD/PCDF e PCBs che hanno evidenziato il superamento di limiti internazionali

Paese/Alimento
Superamento di limiti
Dieta complessivaSpagnaGran Bretagna (bambini)Svezia del sud (consumatori di pesce)Taiwan del sud (consumatori di pesce di acqua dolce)
Superamento del TDI dell’OMS per diossine, furani e PCB
Dieta complessivaItaliaIsole Faroe (consumatori di carne)Popolazione Inuit del circolo artico, Canada
Superamento del TDI per PCB
Dieta complessivaIndiaIsole Faroe (consumatori di carne)Popolazione Inuit del circolo artico, Canada
Superamento ADI OMS/FAO per aldrin e dieldrinSuperamento ADI OMS/FAO per toxaphene
Pesci di acqua dolceSpagnaAustralia
Superamento MRL OMS/FAO per eptacloro e eptacloro epossido Superamento MRL OMS/FAO per PCB e chlordane
CarneVietnamMessico
Superamento MRL OMS/FAO per DDT
Latte e derivatiHong KongArgentinaMessico
Superamento MRL OMS/FAO per eptacloro e eptacloro epossido

In aggiunta a quanto riportato nella tabella 19 è da segnalare che, nel 1997, un’indagine del Ministero dell’Agricoltura francese (Direction générale de l’alimentation "Resultats du plan de surveillance de la contamination des produits laitiers per les dioxines", 28 mai 1997) ha evidenziato tassi allarmanti di diossina riscontrati nel latte prodotto in 34 dei 95 Dipartimenti del Paese. In tre Dipartimenti del Nord l’area a maggiore vocazione lattiera il tasso riscontrato è superiore a 3 picogrammi per grammo di grassi dei prodotti lattiero-caseari analizzati, rispetto ad un valore di riferimento che non dovrebbe superare 1 picogrammo, mentre a 5 picogrammi scatta la proibizione del consumo. La diossina dispersa nell’atmosfera appare dovuta all’attività degli inceneritori.
Lo studio in oggetto ha verificato che 40 prodotti analizzati (20 formaggi, 8 di burro, 12 di prodotti freschi) erano tutti contaminati da diossine. Il calcolo della razione giornaliera riferita in particolare a neonati ha evidenziato un superamento dei limiti individuali fissati dal Ministero della Sanità (ovvero 1 picogrammo di diossina per chilogrammo di peso corporeo al giorno): infatti un bambino di 10 anni del peso di 30 kg, stando a tale limite, non deve ingerire più di 30 picog/kg al giorno, mentre ipotizzando una razione giornaliera di 500 ml di latte, due porzioni di burro da 10 g, due yogurt da 150 ml e due porzioni di formaggio da 30 g si troverebbe a ingerire tra 156 e 92 pg di TCDDeq al giorno (corrispondenti ai prodotti a maggiore contaminazione e a quelli a contaminazione media). A tale esposizione, continua questo studio, va aggiunta quella derivante da altri alimenti a base di grassi animali in cui si è accertata la maggiore contaminazione da diossine; tale apporto supplementare è in grado di raddoppiare l’esposizione sempre per un bambino di 10 anni - quello derivante dai prodotti lattiero-caseari.
Le prefetture hanno vietato a sedici aziende agricole la vendita del latte prodotto e sono stati chiusi gli inceneritori di Halluin, Wasquehal e Sequedin (zona di Lille) assieme a quello di Maubeuge, nel nord del paese, dove si è accertato il superamento di 1.000 volte il vigente limite previsto dalle direttive dell’Unione Europea sulle diossine. Tant’è che la Francia sta riconsiderando la sua politica di smaltimento dei rifiuti urbani da decenni basata sull’incenerimento e sta sottoponendo gli impianti di incenerimento, fino a ieri vantati come sicuri e non inquinanti, a verifiche approfondite.
Analoghe verifiche sono in corso in Belgio per l’impianto di Anversa come per quelli di Weurt e Lathum in Olanda. In Olanda, è utile ricordarlo, nel 1989 l’inceneritore di Rotterdam fu spento e la produzione di latte del circondario fu distrutta per diversi anni per l’elevata presenza di diossine. In alcuni casi si sono verificate contaminazioni tra 11 e 14 nanog/l in TCDDeq a fronte di un limite massimo fissato in Olanda a 0,1 nanog/l; questo inquinante ha interessato anche in aziende di agricoltura biologica considerate erroneamente - al di fuori dell’area "a rischio".
Come già accennato la maggiore fonte espositiva (valutata in un range tra il 70 % e il 95 % a seconda delle condizioni socio-territoriali locali) ai microinquinanti clorurati è dovuta alla alimentazione per gli effetti di cumulabilità nella catena alimentare sopra ricordati. Per quanto concerne la presenza di questi tossici nell’aria le fonti sono concordi nell’evidenziare valori più elevati in prossimità di fonti di esposizione (inceneritori, impianti industriali correlati con l’emissioni di tali inquinanti, arterie di elevato traffico stradale) rispetto a zone considerate non disturbate e che subiscono "solo" gli effetti del trasporto su lunga distanza degli inquinanti atmosferici; i valori riscontrati in studi nei paesi industriali hanno dei range molto variabili, da 5 picogr/mc (caso di un inceneritore tedesco) a valori di mille volte inferiori.
L’indicazione della Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale, come livello di azione, è pari ad una concentrazione di 0,04 picog/mc.
In Italia sono pochissimi gli studi in proposito, tra questi citiamo un recente studio svolto tra il 1995 e il 1996 in diverse zone della città di Milano è stata stimata una media di 0,0208 picog/mc nell’atmosfera di TCDDeq (come somma di PCB, PCDD e PCDF per il PCB è stato valutato un apporto pari al 10 %) con una distribuzione dei numerosi isomeri delle PCDD e dei PCDF "molto simile a quello delle emissioni dei forni di incenerimento dei rifiuti solidi urbani (nell’arco di 10 km dalle zone indagate sono attivi 3 impianti di questo genere ndr) e di processi metallurgici" (R. Fanelli, E. Davoli in AAVV "Il benzene e altri composti aromatici: monitoraggio e rischi per l’uomo", Fondazione Lombardia per l’Ambiente, 1998, pp.133÷151).
Studi precedenti sulla base di 18 analisi dell’aria urbana di Firenze e di 10 analisi dell’aria urbana di Roma hanno evidenziato concentrazioni di PCDD e PCDF : per Firenze, tra un minimo di 0,072 picog/mc in Teq e un massimo di 0,2 picog/mc in Teq, e per Roma, tra 0,048 e 0,277 picog/mc di Teq, con una concentrazione media per le due città stimata in 0,062 picog/mc.
(Berlincioni et al. 1995, 1993, 1992, Turrio-Baldassarri et al. 1994; riportati in "Compilation of EU Dioxin Exposure and Health Data - Task 2, Environmental levels", European Commission DG Environment, ottobre 1999, pag. 8, e "Annex Task 2", pag. 52).
Che tale questione sia tuttora all’ordine del giorno è confermato dal Seminario "Dioxins in the air", organizzato dall’Agenzie per l’ambiente del Belgio, con il patrocinio della Commissione UE, che si terrà a Bruges dal 19 al 20 novembre 2001.
Da ultimo va ricordato che nelle prossimità di un impianto di incenerimento o di altre grosse fonti di combustione (o anche aeroporti, nei coni di atterraggio e decollo) si possono verificare sia consistenti incrementi nelle concentrazioni in aria all’altezza del suolo di contaminanti "tradizionali" (ossidi di azoto, ossidi di zolfo in particolare) che di altri microinquinanti (idrocarburi policiclici aromatici) tali anche da incrementare il numero dei superamenti della soglia di attenzione previsti dalla normativa vigente (tale evenienza sarebbe preventivabile anche nel caso di alcuni metalli pesanti, se per questi esistessero dei limiti di qualità dell’aria). Si rimanda a quanto già detto, in via generale, alla problematica relativa alla cumulabilità degli impatti in un determinato territorio soggetto alla realizzazione di nuove opere con impatti elevati.










BRESCIA
REZZATO (Brescia) - Centosettanta milioni di euro per il rinnovo degli impianti e per l’ambiente. È quanto prevede il progetto di rinnovamento dello stabilimento Italcementi di Rezzato-Mazzano (Brescia), presentato ieri. Il gruppo ha deciso di intervenire sull’impianto con un piano che intende coniugare le due esigenze, con le migliori tecnologie disponibili sul mercato. In dettaglio, sarà realizzata una nuova linea produttiva del cemento grigio in sostituzione delle attuali due. L’investimento collocherà la cementeria ai primi posti al mondo. Molti i vantaggi anche sul piano ambientale del nuovo impianto: tra questi una riduzione tra il 20 e l’80% di tutte le emissioni. Le amministrazioni di Rezzato e Mazzano hanno ricevuto lo studio di impatto ambientale. L’iter valutativo sarà avviato oggi.
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